Agenda pastorale 2022

Il tempo complesso della ripresa dal “flagello” della pandemia incrocia la stagione della fase diocesana del cammino di preparazione alla XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”. Tale congiuntura sfida la Chiesa in Italia, su sollecitazione di Papa Francesco, a riconoscere, da una parte, che non può esserci azione pastorale senza prendere la ferma decisione di “camminare insieme” e, dall’altra, che “occorre trovare nuovi alfabeti per comunicare la fede”, stabilendo un giusto equilibrio con i social media. Sebbene nelle circostanze attuali l’annuncio del Vangelo sia mediato dal digitale, tuttavia non è una app da scaricare; la trasmissione della fede non ha “campo” se non “prende” all’interno delle pareti domestiche della domus Ecclesiae, ambiente vitale della prima evangelizzazione.

Resta sempre valido il metodo adottato da Paolo a Corinto, nella casa di Aquila e Priscilla: quello di fondare piccole comunità (cf. At 18,1-11). Se non si riparte dalla pastorale del “campanello”, se non si scommette sulla trasmissione della fede in famiglia, configurata “secondo il modello catecumenale”, l’impegno per l’evangelizzazione sarà solo una rincorsa affannosa. La casa è lo spazio che ridona alla fede il calore della vita quotidiana: in essa gesti e parole sono ancorati alla concretezza del vivere insieme. Come nella liturgia di Pasqua la luce del cero accende tante altre candele, così – osserva Papa Francesco – “la fede si trasmette nella forma del contatto, da persona a persona, come una fiamma si accende da un’altra fiamma”.

La via dell’evangelizzazione richiede la docilità a farsi guidare dallo Spirito santo, che è il segreto della vitalità inesauribile, della perenne giovinezza, dell’incessante rinnovamento della Chiesa, la navicula Petri, in cui il Signore, a poppa, regge il timone, lasciando la prua ai suoi discepoli (cf. Mc 4,35-41). La Chiesa è un “mercantile” che, carico della grazia pasquale, conta su un “armatore” sicuro, Cristo Signore, e sulla forza dello Spirito, che apre rotte inesplorate e invita a coprirle compiendo un “lavoro di squadra”. Gesù quando chiama a sé i Dodici, per inviarli a predicare (cf. Mc 3,13-14), “prende a mandarli a due a due” (cf. Mc 6,7): prima li chiama uno a uno, poi li mobilita a muoversi insieme e non in ordine sparso.

Il mandato di “camminare insieme”, presupposto della missione, è condizione per ascoltare i “gemiti inesprimibili dello Spirito” (cf. Rm 8,26), particolarmente forti in questa stagione ecclesiale che, come ricorda Papa Francesco, segna un vero e proprio “cambiamento d’epoca”. La crisi è un tempo di grazia, un momento favorevole per entrare nello “spessore” della croce, nella logica della sua “sapienza” (cf. 2Cor 12,9-10). “Per la Chiesa, i giorni crocifissi sono i giorni benedetti”: così si esprimeva il cardinale Anastasio Ballestrero in un’intervista rilasciata, dal suo ritiro di Bocca di Magra, quasi alla fine della vita. Ogni crisi contiene una benedizione se si affronta con lo sguardo penetrante di un cuore in attesa, intrecciando i sogni con la memoria, cercando strade nuove, concrete e praticabili, senza cedere il passo al culto delle iniziative che soffoca l’essenziale.

Questo tempo di prova ha tolto il velo al processo di indebolimento delle comunità cristiane, iniziato molto prima della pandemia, che rende superati i modelli pastorali consolidati senza avere pronte delle alternative. Occorre allestire nuovi cantieri, di cui è difficile anche solo immaginare la conclusione dei lavori; nella fatica si svegliano le tentazioni più subdole: quella di “contabilizzare i fallimenti”, rinunciando a ravvivare la brace che cova sotto la cenere con un approccio sereno. “Chi guarda distrattamente, vede solo la cenere; chi sa andare oltre si rende conto di una vita possibile, da portare allo scoperto. Chi saprà soffiar via la cenere – si chiede Paola Bignardi – e rendere la brace capace di ardere e di produrre luce e calore?”.

“Sotto ogni crisi c’è sempre una giusta esigenza di rinnovamento”, che non si attua strappando “un pezzo da un vestito nuovo per metterlo su un vestito vecchio” o versando “vino nuovo in otri vecchi” (cf. Lc 5,36-38), ma adottando il comportamento dello “scriba, divenuto discepolo del Regno dei cieli”, il quale “è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52). La vera riforma nella Chiesa dipende dalla santità dei suoi membri, dalla forza della loro testimonianza, nasce dall’esperienza del loro proiettarsi nella storia, coniugando flessibilità e fedeltà, superando le forme cristallizzate di una pastorale che lascia in piedi delle strutture ingombranti, incapaci di alimentare la fede e di intercettare il cambiamento culturale e sociale in atto. Non si tratta di rottamare il “deposito” dell’esperienza della storia, ma di trasmettere con entusiasmo sincero il kerygma, cioè l’Annuncio pasquale.

Le riforme non si disegnano con interventi parziali, dettati dall’urgenza del momento, senza una visione a tutto campo e a lungo periodo. L’efficacia delle decisioni dipende dal coraggio delle visioni. Stimolante, al riguardo, è l’immagine evocata dall’Arcivescovo di Milano, Mario Delpini, in occasione della festa di Sant’Ambrogio del 2020. “Il profeta Geremia, mentre si profila la caduta di Gerusalemme e la deportazione del popolo, firma un contratto per acquistare un campo, fa un investimento sul futuro (cf. Ger 32,1-15). Ognuno, per quello che può e secondo le proprie responsabilità, deve comprare un campo, cioè deve avere la responsabilità di una visione, i cui tratti fondamentali sono la famiglia, cellula che genera la società e il suo futuro, e il compito irrinunciabile dell’educazione di grande qualità”.

È necessario, dunque, rafforzare la dimensione strategica della vita pastorale, con riguardo agli obiettivi, individuando senza indugio le priorità da cui partire. Non si tratta di elaborare progetti irrealizzabili, “più formali che reali”, ma di crescere nel discernimento dei sentieri dello Spirito, favorendo come modello di evangelizzazione la prassi dell’iniziazione cristiana. Il progetto da attuare è una formazione di qualità: la pastorale “a goccia” dei cammini di accompagnamento e non quella “a pioggia” delle iniziative di mantenimento; il processo da avviare è la crescita di comunità attraenti, che fanno dell’esodo il metodo; il percorso da aprire è il ricentramento della catechesi in famiglia, a cominciare da quelle in allestimento o in difficoltà, tenendo bene a mente che i “semi del Verbo” sono sparsi ovunque.

Come ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi della pastorale? È a questo interrogativo che è necessario rispondere nel corso di quest’anno pastorale, che in buona parte coincide con la fase diocesana del cammino sinodale, riservata all’ascolto, allo Shemà. Nella Chiesa le riforme non si fanno con l’inchiostro dei decreti ma con il “cemento della concordia”: una malta che si impasta lavorando in squadra, “con l’orecchio nel cuore di Dio e la mano nel polso del tempo”. “Se custodiamo la grazia dell’insieme – assicura Papa Francesco – il Signore costruisce anche lì dove noi non riusciamo”.

           + Gualtiero Sigismondi