Agenda pastorale 2025

“Se il processo sinodale ci ha allenati al discernimento comunitario, l’orizzonte del Giubileo ci veda attivi pellegrini di speranza”. Queste parole di Papa Francesco tracciano la rotta dell’Anno Santo, che ci chiama a varcare la Porta Santa che è Cristo e a incontrarlo, mediante il ministero della Chiesa, nei sacramenti della Riconciliazione – “seconda tavola di salvezza dopo il Battesimo” – e dell’Eucaristia – “in cui è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa” – “cibus viatorum” che sostiene il nostro pellegrinaggio dal fonte battesimale alla Gerusalemme celeste.

La dimensione itinerante della fede è iscritta nel “patrimonio genetico” dei credenti e, in fondo, di ogni uomo. “Per grazia di Dio sono uomo e cristiano, per azioni grande peccatore, per condizione pellegrino sulla terra, della specie più misera, sempre in giro di luogo in luogo”. Questo è il prologo dei Racconti di un pellegrino russo – capolavoro della letteratura spirituale del Novecento, rimasto anonimo –, dalla cui lettura si evince che il cammino, grande metafora della vita umana, è il cardine della storia della salvezza, segnata dal fenomeno migratorio. “Turista – rileva san Riccardo di Chichester – è chi passa senza carico né direzione. Camminatore chi ha preso lo zaino e marcia. Pellegrino chi, oltre a cercare, sa inginocchiarsi quando è necessario”. Cedere il passo alle ginocchia è un gesto che i pellegrini, giunti alla meta, compiono con umiltà, fino a prostrarsi a terra. Il pellegrinaggio, elemento fondamentale dell’Anno giubilare, conduce a venerare le reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo presso le Basiliche romane in cui sono custodite, che raggiungeremo il 13 settembre 2025, insieme ai fedeli delle Diocesi della Regione Ecclesiastica dell’Umbria, la cui posizione strategica la rende naturale area di sosta per i pellegrini e, allo stesso tempo, la sollecita a esplorare “vie antiche e nuove” per riscoprire il valore del silenzio e dell’essenziale.

Essenziale è una parola che rimanda a ciò che conta davvero, a quello che va considerato decisivo. Ritrovare l’essenziale è il “filo della speranza” (cf. Gb 7,6) di questa stagione ecclesiale, che ha bisogno di essere più semplice e più intensa. Il clima dell’Anno Santo, attraverso la ricerca dell’essenziale, può contribuire a curare quella malattia dello spirito che colpisce anche la vita pastorale: l’incapacità di fermarsi, in “pensosa adorazione”. Solo vivendo sotto lo sguardo del Signore è possibile realizzare quella simbiosi feconda tra azione e contemplazione, che consente di non perdere di vista i doveri della vita quotidiana. Il Giubileo si configura come un “anno sabbatico” in cui “decongestionare” il calendario e “derubricare” l’agenda pastorale, riordinando le priorità e ristabilendo la “gerarchia dell’essenziale”. Emblematico è il dialogo stabilito da Gesù con la numerosa folla che lo segue, a cui ricorda le condizioni della sequela, portando l’esempio sia di chi vuole costruire una torre, sia del re che intende muovere guerra contro un altro re (cf. Lc 14,25-35). Entrambi non possono fare a meno di fermarsi per discernere, rispettivamente, se hanno i mezzi per portare a termine il lavoro o la forza di evitare una dura sconfitta. Mettersi a sedere, possibilmente “con i fianchi cinti” (cf. Es 12,11), per “rendere salde le ginocchia vacillanti” (cf. Is 35,3): questa è la postura corretta da assumere per porsi “in assetto di missione”.

“Insostituibile punto di partenza di un reale cammino di conversione”, anche pastorale, è il sacramento della Riconciliazione. A giudizio di Isacco di Ninive, “colui che dimentica la misura dei propri peccati, dimentica la misura della grazia di Dio nei suoi confronti”. L’Anno Santo è occasione propizia per rispondere, “con cuore contrito e umiliato”, alla domanda che interpella Adamo: “Dove sei?” (Gen 3,9). È un interrogativo che ci chiama tutti in causa, pastori e fedeli; se per accreditarsi come buoni confessori occorre rimanere umili penitenti, per diventare veri penitenti non basta dichiarare di essere “peccatori” ma è necessario riconoscere: “Ho peccato”. Le Chiese giubilari diocesane – la Cattedrale di Orvieto, la Basilica di Santa Cristina a Bolsena e il Santuario dell’Amore misericordioso a Collevalenza – non potranno rinunciare a distinguersi nel promuovere “la preparazione dei sacerdoti e dei fedeli alle confessioni e l’accessibilità al sacramento della Penitenza nella forma individuale”. L’obbligo di ascoltare le confessioni dei fedeli non dispensa i parroci, “cui è demandata in forza dell’ufficio la cura delle anime”. Il canone 986 del Codice di diritto canonico raccomanda che sia “data ai fedeli l’opportunità di accostarsi alla confessione individuale, stabilendo, per loro comodità, giorni e ore”.

“I sacerdoti – scriveva Benedetto XVI nella lettera di indizione dell’Anno Sacerdotale, firmata il 16 giugno 2009 – non dovrebbero mai rassegnarsi a vedere deserti i loro confessionali (…). Al tempo del Curato d’Ars, in Francia, la confessione non era né più facile, né più frequente che ai nostri giorni, dato che la tormenta rivoluzionaria aveva soffocato a lungo la pratica religiosa. Ma egli cercò in ogni modo, con la predicazione e con il consiglio persuasivo, di far riscoprire ai suoi parrocchiani il significato e la bellezza della Penitenza sacramentale, mostrandola come un’esigenza intima della Presenza eucaristica. Seppe così dare il via a un circolo virtuoso. Con le lunghe permanenze in chiesa davanti al tabernacolo fece sì che i fedeli cominciassero a imitarlo, recandovisi per visitare Gesù, e fossero, al tempo stesso, sicuri di trovarvi il loro parroco, disponibile all’ascolto e al perdono”. Se non si ristabilisce questo circolo virtuoso la vita pastorale trascura l’essenziale. È auspicabile, pertanto, che in ogni unità pastorale, almeno nei tempi forti e in alcune circostanze particolari, si colga l’occasione sia di promuovere l’esposizione solenne e prolungata del santissimo Sacramento, sia di celebrare il rito della riconciliazione di più penitenti, “che manifesta più chiaramente la natura ecclesiale della Penitenza”, con la confessione e l’assoluzione individuale.

“Non c’è modo migliore per conoscere Dio – assicura Papa Francesco nella Bolla di indizione dell’Anno Santo Spes non confundit – che lasciarsi riconciliare da Lui (cf. 2Cor 5,20), assaporando il suo perdono (…). Tuttavia il peccato lascia il segno, porta con sé delle conseguenze: non solo esteriori, in quanto conseguenze del male commesso, ma anche interiori”. Si tratta di “residui del peccato” che possono essere rimessi ai penitenti se “lucrano” o “acquistano” l’indulgenza a determinate condizioni: confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice. Sebbene questo linguaggio non sia di immediata comprensione, tuttavia indica la misura “pigiata, scossa e traboccante” dei “frutti” della redenzione: “Dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia” (Rm 5,20). Questi beni spirituali – amministrati in virtù del “potere delle chiavi” accordato a Pietro (cf. Mt 16,19) – formano il “tesoro della Chiesa”, un “capitale di grazia” ingente ed eccedente rispetto a ogni merito, che i fedeli possono “ottenere”, se debitamente disposti, impegnandosi a “investire” e “capitalizzare” nelle opere di pietà, di penitenza e di carità. Nel vincolo della “comunione dei santi” si realizza un ammirabile scambio di doni tra chi ha raggiunto la Patria celeste, o sospira in Purgatorio di vedere il volto del Signore, o è ancora pellegrino sulla terra. La santità dell’uno giova agli altri, ben al di là del danno procurato dal loro peccato; ne è evidente testimonianza la guarigione del paralitico – calato dal tetto con il suo lettuccio davanti a Gesù –, ottenuta grazie alla fede dei barellieri (cf. Lc 5,17-26).

Oltre ad attingere la grazia del Perdono, il Giubileo – posto da Papa Francesco sotto il segno della speranza – ci chiama a riscoprire questa virtù teologale in una stagione “segnata da dure prove e stimolanti avventure”. Fondata sulla fede e nutrita dalla carità, la speranza “non illude e non delude” (cf. Rm 5,5). Illusione e delusione portano fuori strada e generano ansia, avversaria della speranza, la quale è una Persona, Gesù Cristo, “speranza della gloria” (cf. Col 1,27). L’Anno Santo ci chiama a “tenere viva la speranza” (cf. Rm 15,4), a essere “saldi nella speranza” (Rm 5,2), a scorgere sentieri di speranza ove altri vedono dirupi o vicoli ciechi. “Avendo un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32) il cammino si apre: se si fa squadra, si fa strada!

+ Gualtiero Sigismondi