In questa stagione, segnata da dure prove e stimolanti avventure, la nostra comunità diocesana è chiamata a sfogliare le pagine dell’agenda pastorale tenendo viva la speranza. C’è un legame profondo tra speranza e attesa, come lascia intendere il verbo “esperar” della lingua spagnola e portoghese, nel suo duplice significato di sperare e attendere. La speranza, prima di essere una virtù, è una Persona: “Cristo Gesù nostra speranza” (1Tm 1,1). Egli, “speranza della gloria” (Col 1,27), ha vinto la morte “calpestandola come terra battuta”. Dal dialogo del Risorto con i discepoli di Emmaus si evince che il verbo “sperare” non lo si può coniugare all’imperfetto, “noi speravamo” (cf. Lc 24,21), ma al presente indicativo della prima persona plurale. È nel “noi” della fede della Chiesa che i credenti imparano a “fissare ogni speranza in Dio”.
Nelle vicissitudini della storia, ove Dio passeggia “in incognito”, la Chiesa rimane ancorata alla “lucerna” della speranza. Il periodo attuale, presentando la duplice valenza dell’emergenza e della provvisorietà, chiede di osare, cioè di ravvivare la consapevolezza di essere “prigionieri” della speranza, non suoi “carcerieri”. La portata del cambiamento in atto, già irreversibile prima della pandemia, sollecita a ridare vita al fuoco della speranza, rimuovendo la cenere dell’ansia non solo con il “mantice” dell’ottimismo, ma anche con il “soffio” dello Spirito. “L’ottimismo – scriveva Carlo Carretto – è fiducia negli uomini, nelle possibilità umane; la speranza è fiducia in Dio e nella sua onnipotenza. Il credente guarda il cielo prima di guardare la terra, cerca i segni dell’avvento di Dio più che l’agitarsi dei popoli, conta sulla fedeltà di Dio”.
Nel prendere in mano questa agenda è necessario tenere bene a mente che la nostra Diocesi, essendo un complesso ecosistema, “non è un’istituzione che si progetta ma una realtà vivente”. È senz’altro utile, al riguardo, lasciarsi interpellare da una meditazione tenuta dal Card. John Dearden, Arcivescovo di Detroit. “Ogni tanto ci aiuta il fare un passo indietro e vedere da lontano. Il Regno non è solo oltre i nostri sforzi, è anche oltre le nostre visioni. Nella nostra vita riusciamo a compiere solo una piccola parte di quella meravigliosa impresa che è l’opera di Dio. Niente di ciò che noi facciamo è completo (…). Di questo si tratta: noi piantiamo semi che un giorno nasceranno. Noi innaffiamo semi già piantati, sapendo che altri li custodiranno. Mettiamo le basi di qualcosa che si svilupperà (…). Può darsi che mai vedremo il suo compimento, ma questa è la differenza tra il capomastro e il manovale. Siamo manovali, non capomastri (…)”.
Siamo manovali, non capomastri, e nemmeno carpentieri o muratori! Il manovale ha il compito di preparare i ferri e le tavole per la carpenteria, come pure la malta, il conglomerato di cemento, acqua e sabbia; la pala, la betoniera e la carriola sono gli strumenti principali del suo mestiere. Egli è il primo anello della catena di montaggio delle maestranze di un cantiere edile; sotto la guida del capomastro deve essere pronto a rispondere ad ogni suo cenno e a qualsiasi richiesta del carpentiere o del muratore. È lui che porta il materiale a destinazione con la forza delle sue mani o con l’ausilio del braccio di una gru. È il primo ad essere ripreso ed è l’ultimo ad essere ringraziato, ma non se ne cura, perché è abituato alle intemperie e a mangiare polvere. È allenato a servire: a mettersi in disparte senza farsi da parte. Nel cantiere della Chiesa le riforme non si fanno con l’inchiostro dei decreti ma con il “cemento della concordia”. Tale malta si impasta in ginocchio davanti al Santissimo Sacramento, tenendo in mano la parola di Dio.
Nelle circostanze attuali è necessario chiedersi: da dove ricominciare? Dal primato della formazione, che ha il suo baricentro nella “scuola della Parola” e nello “stupore eucaristico”. L’ambone e l’altare formano, infatti, un’unica mensa, sulla quale i due modi di presenza del Pane, che è Cristo, s’intrecciano e si sostengono mutuamente. “Il problema non è la riforma delle istituzioni, le chiese vuote e la crisi delle vocazioni: il problema è la fede”. Questa lucida analisi sollecita un cambio di strategia più che di tattica: passare dall’irrigazione “a pioggia” delle iniziative di mantenimento a quella “a goccia” dei cammini di accompagnamento vocazionale. Siamo troppo impegnati a gestire spazi e a organizzare eventi!
+ Gualtiero Sigismondi
