Memoria dell’Istituzione del Corpus Domini: l’omelia del Vescovo Gualtiero

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Le solennità che seguono la Pasqua sono come petali di un fiore: l’Ascensione, la Pentecoste, la SS. Trinità e il Corpus Domini, nella cui ottava si celebra il Sacratissimo Cuore di Gesù, che chiude la corolla insieme alla Natività di San Giovanni Battista e alla solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. Tali festività offrono l’occasione di gustare quanto sia stupenda la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. Uno dei segni più eloquenti della solennità del Corpus Domini è la processione eucaristica, occasione preziosa per testimoniare “il senso e la gioia della presenza reale di Cristo”. “La gioia dei credenti – assicurava San Paolo VI – è uno dei migliori annunci della fede”.

Nel discorso eucaristico, pronunciato a Cafarnao, Gesù proclama: “Io sono il Pane vivo disceso dal cielo” (Gv 6,51). Nell’ascoltare queste parole i Giudei aprono un’aspra discussione fra di loro (cf. Gv 6,52); le difficoltà che avvertono non risparmiano i discepoli, i quali ritengono “duro” il linguaggio del Maestro (cf. Gv 6,60). È la stessa fatica che accusiamo pure noi se saliamo all’altare con cuore tiepido o ci accostiamo all’Eucaristia in modo abitudinario, senza sentire la grazia di rimanere uniti a Cristo (cf. Gv 6,56), come il tralcio alla vite (cf. Gv 15,1-8), di essere con Lui un solo Corpo, e senza assumersi la responsabilità di “vivere per Lui” (cf. Gv 6,57).

Quando ci comunichiamo al Corpo e al Sangue di Cristo o lo riceviamo dalle mani dei ministri ordinati o istituiti dobbiamo avere “un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32). Ai riti di comunione si applica la stessa regola dell’offertorio: “Se tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare” (Mt 5,23-24). Per mangiare il pane e bere al calice è necessario riconoscere il Corpo del Signore (cf. 1Cor 11,27-29), “arso d’amore”, non solo nella “magnifica humilitas” delle specie del pane e del vino, ma anche nella “magnifica humanitas” delle membra del Corpo ecclesiale, soprattutto quelle più deboli.

Nell’enciclica Magnifica humanitas, Leone XIV scrive che “la spiritualità di cui abbiamo bisogno è una spiritualità eucaristica, cioè una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore (…). Nell’Eucaristia si mostra visibilmente che noi siamo la Chiesa di Cristo, siamo le sue membra, il suo Corpo (…). E in Cristo, pur essendo molti e differenti, siamo una cosa sola: In Illo uno unum (…). Mentre le nuove reti economiche e tecnologiche possono generare esclusione, isolamento e dipendenze, la Chiesa nutrita dall’Eucaristia è chiamata a rendere visibile un’altra misura”. Quella della comunione: “una misura buona, pigiata, colma e traboccante” (cf. Lc 6,38).

“Unum corpus, multi sumus” : questa espressione paolina (cf. 1Cor 10,17) darà la nota al XXVIII Congresso eucaristico nazionale, che non sarà un “grande evento”, ma una statio: un momento intenso di riflessione e preghiera in cui ravvivare la consapevolezza che la Comunione eucaristica raggiunge la sua profondità se è sostenuta e avvolta dallo stupore dell’adorazione.

+ Gualtiero Sigismondi

Orvieto, Basilica Cattedrale, 4 giugno 2026