NATALE DEL SIGNORE (MESSA DELLA NOTTE) – ANNO C

I criteri per scoprire il Re

24 dicembre 2021

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VANGELO

Luca 2,1-14

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra… Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio… [I pastori] furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia… Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”.


COMMENTO

La pagina della notte di Betlemme è tra le più poetiche del Vangelo. Una poesia, però, a forte carica
rivoluzionaria

“Sentinella, quanto resta della notte?” (Is 21,11). È la domanda che soggiace a tutto il tempo di Avvento, seppur mai espressa nella liturgia. È la domanda che sale dalla disperazione di un popolo, rivolta a ogni profeta che annuncia una novità. Popolo stanco dell’oppressione che sta subendo, sfinito dall’attesa, che rischia di far spegnere la speranza.

Aveva estrema necessità della notte di Natale quel popolo. Israele, segno di speranza per l’umanità intera, aveva estrema necessità di avere un segno tangibile delle promesse antiche.
Non i segni simbolici: un bambino nuovo re apportatore di pace, la liberazione dalla schiavitù, il popolo riunito sotto un unico sovrano. Tutto ciò lasciava sempre un desiderio da colmare.
Era necessario che “il popolo che abitava nelle tenebre” avesse visto finalmente la luce! Era necessario che il popolo abitante “in terra tenebrosa” avesse intravisto il sorgere di un nuovo giorno (Is 9,1).
C’è stato un momento nella storia in cui questa notte, che sembrava una coltre impenetrabile, si è trasformata in un grembo che custodiva la luce.
“O Dio, che hai illuminato questa santissima notte con lo splendore di Cristo, vera luce del mondo,
concedi a noi, che sulla terra contempliamo i tuoi misteri, di partecipare alla sua gloria nel cielo”. Con queste parole la liturgia della notte di Natale ci introduce all’ascolto della Parola di luce. Il testo evangelico descrive il fatto storico dell’attesa di un popolo, un fatto atteso dall’umanità intera.

Il racconto dell’evangelista Luca indica le coordinate storico-geografiche del mistero dell’Incarnazione. Il censimento di Cesare Augusto, l’indicazione del potere temporale che governa la regione della Siria nella persona di Quirino, si intreccia con la vicenda umana di Maria e Giuseppe che attendono la nascita del loro bambino (Lc 2,1-3). Il Vangelo introduce una inversione di priorità: al centro Maria, Giuseppe e il Bambino, “profughi” dalla Galilea per rispondere a un comando del potere; e sullo sfondo, il potere, che non comprende ciò che sta accadendo.
Nel racconto del Natale dell’evangelista Matteo scopriremo addirittura che il potere non sopporterà
la prospettiva regale di questo bambino (Mt 2,3-4).
L’evangelista Giovanni, nel brano del Prologo, collocherà la nascita di Gesù non solo al centro della storia conosciuta (“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, Gv 1,14) ma nel cuore stesso di Dio, la cui storia non è delimitata dal tempo, ma ha il respiro dell’eternità: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio” (Gv 1,1).
La storia della salvezza rivela che Dio ha altri criteri per riconoscere la dignità regale. Per Lui le figure preminenti sono i pastori, vere “sentinelle” della notte, pronti a lasciarsi sorprendere dalla novità di
Dio (Lc 2,8-9); Maria, che si definisce la serva del Signore (Lc 1,18) e canta la sua umiltà, riconoscendo
che è Dio l’artefice di tutto ciò che è accaduto in lei (Lc 1,46-49); Giuseppe, l’uomo giusto, che comprende il senso profondo della legge, da applicare in relazione al cuore stesso dei comandamenti: l’amore. Questo criterio gli consentirà di aprire il suo cuore alla comprensione del mistero di cui è fatto partecipe (Mt 1, 19-21).
Queste figure danno un volto alle Beatitudini (Mt 5, 1-12). E accanto a esse scorrono i volti degli umili della terra, spesso umiliati dai potenti, ma che Dio ricompensa dando loro il “trono regale” del paradiso.

Quella notte di duemila anni fa è stata necessaria anche per noi, perché ci parla della fedeltà indefettibile di Dio e ci ricorda che Lui è fedele per sempre. Questa notte che celebriamo ci è necessaria perché ci ricorda che, se sappiamo sostare nella notte, i nostri occhi rivelano una capacità inaudita, non compresa alla luce del giorno: sanno fendere l’oscurità e scorgere l’invisibile. Per questo san Francesco seppe vedere nel presepe di Greccio il ambino Gesù vivente.
Noi oggi che cosa cerchiamo nel Natale? Il presepe vivente artificiosamente ricreato nelle nostre strade, con costumi del tempo, musiche e armonie che sollecitano i sentimenti e qualche lacrima? Ci sentiamo uomini e donne del Natale perché lo difendiamo da qualche poco intelligente proposta? Pensiamo di poterci fregiare della medaglia di araldi della fede per questo?
C’è un pellegrinaggio fisico da compiere per il Natale: è il percorso che ci conduce davanti al presepe delle nostre comunità eucaristiche, dove il bambino Gesù è vivente nell’eucarestia. C’è un pellegrinaggio del cuore da compiere, quello che ci conduce presso l’umanità ridotta a scarto dagli Erode del nostro tempo, che ci conduce ai confini dei muri, costruiti dall’odio, che la giustizia prima o poi farà ricadere sugli ingegneri del male. Ma noi da quale parte del muro stiamo?

A cura di don Andrea Rossi

Tratto da La Voce del 17/12/2021