Festa di San Francesco d’Assisi. L’omelia del Vescovo Gualtiero

L'omelia tenuta dal Vescovo Gualtiero nel Duomo di Orvieto Domenica 4 Ottobre, in occasione della festa di San Francesco d'Assisi.

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“La vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita” (Is 5,7). Così recita il canto dell’amore ferito che, per bocca del profeta Isaia, Dio dedica alla sua vigna, la casa d’Israele. Sebbene abbia prodotto acini acerbi, il Signore non ha mai cessato di amarla. Ed è proprio per questo che il Salmista fa appello al suo cuore di Padre dicendo: “Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato” (Sal 80,15-16). 

Nella vigna del Signore, la Chiesa, pastori e fedeli sono chiamati a lavorare con entusiasmo sincero: “non per vergognoso interesse ma con animo generoso, non come padroni” (cf. 1Pt 5,2-3). Ce lo ricorda la parabola, appena proclamata, che Gesù rivolge “ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo” (cf. Mt 21,33-43). Di questa parabola colpisce il fatto che il titolare della vigna, subito dopo averla piantata, “la circonda di una siepe, vi scava una buca per il torchio e vi costruisce una torre di guardia” (cf. Mt 21,33). È ancora lontana la stagione della vendemmia e già pensa ai frutti, ai grappoli abbondanti e ai chicchi succosi e dolci. 

Fratelli e sorelle carissimi, il filare della vigna del Signore piantato sui fertili colli della Diocesi di Orvieto-Todi continua a portare frutto. Una delle gemme più recenti della sua fecondità è spuntata presso il Convento di San Crispino, ove il venerabile p. Gianfranco Maria Chiti, frate minore cappuccino, deposta la divisa militare, ha indossato il saio francescano, osservando la “forma di vita” prescritta da Francesco d’Assisi, di cui oggi ricorre l’ottavo centenario della morte.

A otto secoli dal suo “transito”, la sera del 3 ottobre 1226, resta sempre vivo l’interrogativo: perché la figura di Francesco non cessa di conquistare gli animi? È la stessa domanda che gli pone – stando ai Fioretti – uno dei compagni più fedeli, frate Masseo da Marignano: “Perché a te, perché a te tutto il mondo viene dietro?”. Senza avere l’ambizione di dare una risposta definitiva a frate Masseo è possibile cercare di capire perché, ancora oggi, Francesco continui ad affascinare.

– Non tanto perché a Foligno ha venduto tutto ciò che aveva e ad Assisi, trascinato in giudizio davanti al vescovo, si è tolto persino gli abiti di dosso. Già Sant’Antonio abate, diversi secoli prima, ha dato ai poveri tutto quello che aveva, testimoniando che Cristo è l’unica sicurezza su cui contare. 

– Nemmeno perché, ritenendo “cosa troppo amara vedere i lebbrosi”, si è lasciato condurre dal Signore in mezzo a loro, iniziando a comprendere la logica della “follia della croce”. Santa Teresa di Calcutta, ai nostri tempi, quanti lebbrosi abbia abbracciati e curati è difficile dirlo. 

– Neppure perché ha ricevuto, per primo, il dono delle stigmate, peraltro nel momento più difficile del suo rapporto con la prima fraternità minoritica. Altri santi francescani (Santa Veronica Giuliani e San Pio da Pietrelcina) e non, saranno insigniti dei sigilli dell’Agnello immolato. 

– Neanche per la sua obbedienza all’autorità ecclesiastica, segno di una grande passione per la Chiesa, che lo caratterizza rispetto ai movimenti ereticali e scismatici del suo tempo. Non c’è santo che si sia inoltrato lungo la via della sequela di Cristo senza “sentire cum Ecclesia”.

Francesco d’Assisi si distingue nel “catalogo dei santi” per il fatto che, in un momento molto delicato della vita dell’Ordine da lui fondato, sa congedarsi, testimoniando di essere veramente povero, cioè libero, come documenta un passaggio del Testamento, dettato nella tarda estate del 1226, poco prima di morire: “Io ho fatto la mia parte; la vostra ve la insegni Cristo”. Vivendo il Vangelo “sine glossa”, Francesco risplende come una luminosa eccezione nella storia della Chiesa: egli si fa da parte senza mettersi in disparte – e non il contrario –, traducendo alla lettera il “sine proprio” dei primi passi della sua conversione, quando il Signore gli concede di cominciare a “fare penitenza” e di diventare, per grazia, “l’infinitamente piccolo”. 

In questo Giorno del Signore, mentre ricorre la memoria di uno dei santi più venerati, cresciuto nella “piantagione” della Chiesa di Dio che è in Umbria, preghiamo per tutti i nostri catechisti, raccolti oggi in Cattedrale. Lo facciamo con le parole, risuonate nella seconda lettura, che Paolo rivolge ai Filippesi: “Siate sempre lieti nel Signore (…). La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste (…). La pace di Dio (…) custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù” (Fil 4,4-7).

+ Gualtiero Sigismondi