“E cercava di vederlo” (Lc 9,9). Erode Antipa uomo potente, abituato ad avere il controllo e il dominio su tutto, sentendo parlare di Gesù cerca di vederlo. L’evangelista Luca non dice che Erode “voleva vedere Gesù”, ma precisa che “cercava di vederlo”. Avrebbe potuto mandarlo a chiamare e invece aspetta l’occasione propizia per incontrarlo. Da questo particolare si evince che Erode è ancora turbato, non riesce a mettere a tacere la voce della coscienza, senza pace per la morte di Giovanni Battista da lui ordinata per non perdere la faccia.
Il Vangelo di Luca presenta un altro personaggio, Zaccheo, che “cerca di vedere Gesù”, mosso non dalla curiosità, come Erode, ma da una grande infelicità (cf. Lc 19,1-10). Egli, affetto da un’avarizia cronica, si apposta su un albero per vedere passare Gesù; abituato a tenere gli occhi bassi, incollati sul banco delle imposte, non osa immaginare che Gesù, passando, alzi lo sguardo ed esprima la volontà di fermarsi a casa sua.
Anche il Vangelo di Giovanni riferisce che alcuni Greci (cf. Gv 12,21), saliti a Gerusalemme per il culto durante la festa, si avvicinano a Filippo manifestandogli l’ardente desiderio di “voler vedere Gesù”. Filippo condivide con Andrea la richiesta ricevuta e, insieme, la presentano a Gesù, il quale nel rispondere annuncia la sua glorificazione, ossia la sua passione, con l’immagine del chicco di grano che deposto nella nuda terra porta molto frutto.
Come a Zaccheo, dopo aver compreso che “tutto è vanità” (cf. Qo 1,2), il Signore assicura: “Oggi per questa casa è venuta la salvezza” (Lc 19,9), così a quei Greci, mossi da una profonda nostalgia di Dio, Egli manda a dire: “Chi ama la propria vita, la perde” (Gv 12,25), precisando: “Se uno mi vuol servire, mi segua” (Gv 12,26). Il primo passo della sequela, presupposto del servizio pastorale da rendere al Signore, è quello dello sguardo, come confessa il Salmista: “A te alzo i miei occhi, a te che siedi nei cieli. Ecco, come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni, come gli occhi di una schiava alla mano della sua padrona, così i nostri occhi al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi” (Sal 123,1-2).
Alzare gli occhi al Signore, “tenendo fisso lo sguardo su di Lui”: è questo il primo compito del nostro servizio sacerdotale; solamente dopo aver fatto il “pieno di luce” con la preghiera prolungata davanti al Tabernacolo è possibile essere di guida ai fratelli nella confessione della fede. “Non si sazia l’occhio di guardare né l’orecchio è mai sazio di udire” (Qo 1,8): queste parole, suggerite dal Libro del Qoelet, interrompono la litania che attraversa l’intera opera, nella quale l’autore, dialogando con se stesso, ripete: “Tutto è vanità” (Qo 1,2). Nella vita pastorale non mancano le occasioni di ritenere che “tutto è vanità”. Si tratta di una tentazione da respingere, domandando a Dio ciò che chiede il Salmista: “Ritorna, Signore, fino a quando?” (Sal 90,13).
+ Gualtiero Sigismondi

