“Chi non sa ringraziare Dio per i doni che Egli ha seminato lungo il cammino – pur faticoso e a volte doloroso – non ha nemmeno un animo aperto alla speranza, alle sorprese di Dio e fiducioso nella sua Provvidenza”. Queste parole di Papa Francesco, poste sul “frontespizio” dell’agenda pastorale di quest’anno, suggeriscono con quale spirito sfogliarla. Anche se è povera, la Chiesa – la nostra Chiesa particolare – esiste per darne testimonianza; non può rassegnarsi, dunque, a sopravvivere, lamentandosi di ciò che ostacola la sua missione, ma deve impegnarsi a fare spazio a ciò che cresce e a ciò che avanza. La parabola del fico sterile (cf. Lc 13,6-9) colloca tutti dalla parte del vignaiolo e non del padrone della vigna: questi chiede di tagliarlo avendo cercato i frutti, invano, per tre anni; l’agricoltore lo invita ad attendere, impegnandosi a zapparlo e a concimarlo: “Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai” (Lc 13,9).
La capacità di attendere è un compito proprio del contadino: “Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge” (Gc 5,7). La pazienza, oltre ad essere una virtù cardinale che disciplina la vita interiore, è un criterio di discernimento che regola la vita pastorale. Solo chi sa essere paziente è in grado di aspettare che un’idea maturi nella solitudine di un servizio fedele. “Ciò che deriva da Dio – avvertiva Romano Guardini – ha di solito la forma di ciò che incomincia (…). Così procedono le cose di Dio… Silenziosamente, senza violenza”. “I piani pastorali servono – avverte Papa Francesco –, ma la nostra fiducia è riposta altrove: nello Spirito del Signore che, nella misura della nostra docilità, ci spalanca continuamente gli orizzonti della missione”.
Unire al senso dell’attesa l’intelligenza dei segni dei tempi: questa è la sfida a cui siamo chiamati in questa stagione ecclesiale, che ci sollecita ad aprire il cantiere della sinodalità. L’immagine del cantiere evoca il lavoro di squadra, senza il quale è impossibile realizzare una pastorale d’insieme, organica, integrata. Il metodo sinodale è capace di intercettare non solo il “senso della fede”, che ogni battezzato vive in proporzione alla sua adesione al Signore, ma anche i “semi del Verbo”, sparsi ovunque dal vento dello Spirito. La metafora della “rosa dei venti”, che posiziona le correnti d’aria in base ai punti cardinali, consente di delineare quattro influssi essenziali del cammino sinodale. Il vento che soffia da est è la brezza leggera di levante della parola di Dio; il vento che spira da nord è quello impetuoso di tramontana dei segni dei tempi; il vento che soffia da sud è l’ostro gagliardo del popolo santo di Dio; il vento che spira da ovest è quello di ponente dei pastori, su cui grava il “peso di grazia” della sintesi. Ovviamente ci sono anche i venti contrari, che conoscono bene le rondini, le quali in stormo si adattano alla loro forza, mantenendo chiara la meta.
Nell’ambito della più ampia riflessione sinodale avviata dalla Chiesa in Italia è necessario promuovere una formazione permanente di qualità, senza rinunciare a misurarsi con la questione dei linguaggi: basti pensare ai codici degli ambienti digitali abitati dai giovani. Si tratta di assumere il “modello catecumenale”, che impegna a riscoprire la grammatica di base del “primo annuncio” e la sintassi della trasmissione della fede, che avviene “nella forma del contatto, da persona a persona, come una fiamma si accende da un’altra fiamma”.
Occorre decidersi a investire sulla famiglia, sia riconoscendo che la comunità cristiana ha una forma domestica, quella della casa di Aquila e Priscilla, sia seguendo con dolcezza e rispetto le coppie “in allestimento” e quelle “in difficoltà”. “Emerge il desiderio di una Chiesa plasmata sul modello familiare più che su quello aziendale, capace di ritrovare ciò che la fonda e l’alimenta, meno assorbita dall’organizzazione e più impegnata nella relazione, meno presa dalla conservazione delle sue strutture e più appassionata nella proposta di percorsi accoglienti”.
È necessario riconnettere il servizio pastorale con la sua radice battesimale, incrociando così la questione della corresponsabilità per la missione, oltre l’idea della semplice collaborazione. A tale riguardo, urge una verifica e un rilancio, a tutti i livelli, degli organismi di partecipazione, “perché siano luoghi di autentico discernimento comunitario, di reale corresponsabilità”. La partecipazione è, per sua natura, faticosa, ma fruttuosa: non è un sistema di logica deduttiva, ma ricerca umile e fiduciosa delle vie della volontà del Signore.
In vista della realizzazione di questi “cantieri”, occorre tenere come orizzonte, per l’intero arco del cammino sinodale, la celebrazione eucaristica, in cui si concentrano, in forma simbolica, tutte le dimensioni dell’esperienza cristiana. Papa Francesco ricorda che la vita pastorale “più che essere il risultato di elaborati programmi è la conseguenza del porre al centro della vita della comunità la celebrazione eucaristica domenicale, fondamento della comunione”. Nella lettera apostolica Desiderio desideravi il Santo Padre scrive: “Vi invito a riscoprire il senso dell’anno liturgico e del giorno del Signore (…). L’anno liturgico è per noi la possibilità di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo, immergendo la nostra vita nel mistero della sua Pasqua, in attesa del suo ritorno. È questa una vera formazione continua (…). Nello scorrere del tempo fatto nuovo dalla Pasqua, ogni otto giorni la Chiesa celebra nella domenica l’evento della salvezza. La domenica, prima di essere un precetto, è un dono che Dio fa al suo popolo (…). La celebrazione domenicale offre alla comunità cristiana la possibilità di essere formata dall’Eucaristia”.
Investire le migliori energie sul giorno del Signore significa avviare, subito, un processo di riforma che tenga conto della “nobile semplicità” delle celebrazioni eucaristiche domenicali, della mobilità dei fedeli e della sostenibilità di una “attiva partecipazione” anche di chi presiede. È sotto gli occhi di tutti il fatto che il numero dei preti è in calo da decenni e che la loro età media è piuttosto elevata. È evidente pure, rispetto al passato, la sensibile diminuzione dei cristiani che vivono una qualche appartenenza ecclesiale. Eppure siamo ancora strutturati, a diversi livelli, nell’implicita convinzione che “si è fatto sempre così”, continuando a investire tante risorse in attività pastorali che sembrano non portare frutto. Nella complessa congiuntura in cui ci troviamo, la logica della riforma passa dalla capacità di dare un forte impulso missionario all’evangelizzazione, cercando nuove strade, nuovi metodi, nuovi linguaggi. La via maestra, tuttavia, rimane la stessa: quella della testimonianza di una vita plasmata dal Vangelo.
Un’immagine, scolpita nella mia memoria, può aiutarci a fissare l’istantanea della stagione pastorale che stiamo attraversando. È lo scatto fotografico che riprende il Santo Padre, pellegrino in Canada, assorto in preghiera lungo la riva del “Lago di Dio” che, a suo giudizio, evoca idealmente il “Mare di Galilea”. Il Papa, con lo sguardo rivolto verso l’orizzonte, sebbene sia seduto su una carrozzella sembra in movimento, perché quando gli occhi guardano lontano si è in cammino. Sollevare lo sguardo è un esercizio a cui la fede ci allena. Quando si sfoglia un’agenda pastorale, come questa, si è abituati a scorrerne le pagine; lasciamo agli occhi il compito di precedere l’incedere dell’aurora di un nuovo giorno di grazia per la nostra Chiesa particolare.
+ Gualtiero Sigismondi

