Nelle presenti circostanze c’è un interrogativo che interpella la vita pastorale. È una domanda che riaffiora, in maniera carsica: cosa è realmente essenziale? Riscoprire la via dell’essenziale è il filo rosso di questa stagione ecclesiale che ha bisogno di essere più semplice e più intensa. Intriga l’abbinamento “semplice-intenso”, che sottolinea l’urgenza di scoprire quello che conta veramente e come “corrispondere ai segni dei tempi dalle viscere del Vangelo”. Occorre tenere desta questa consapevolezza in un tempo che cambia alla velocità della luce, portando con sé difficoltà e fatiche, ma anche grandi opportunità. “Non si tratta di abbandonare le sfide del nostro tempo – avverte Leone XIV –, ma di abitarle con la profondità di chi sa fare silenzio e ascoltare la parola di Dio (…). Il Vangelo accolto sine glossa non cesserà mai di diffondere il profumo della propria bellezza (…). Esso ci ricorda l’importanza della missione, a cui tutti siamo chiamati, ciascuno secondo la propria vocazione e nelle situazioni concrete in cui il Signore lo ha posto”.
“Il mondo – osserva Leone XIV – va visto anche dalla strada, avendo il coraggio di cambiare la prospettiva, facendo saltare gli schemi e le convenzioni (…) che spesso ci impediscono di riconoscere il buon grano pronto per la mietitura” (cf. Gv 4,35-38). “Forse – rileva il Santo Padre – non mancano i cristiani delle occasioni, che ogni tanto partecipano a qualche evento; ma pochi sono quelli pronti a lavorare ogni giorno nel campo di Dio, coltivando nel proprio cuore il seme del Vangelo per poi portarlo nella vita quotidiana (…), nel campo del mondo come testimoni del suo Regno”. In un tempo di grande frammentarietà è necessario tornare alle fondamenta della nostra fede, al kerygma, senza trascurare l’ottica mistagogica. “Questo è il primo grande impegno – raccomanda Leone XIV – che motiva tutti gli altri: uno slancio rinnovato nell’annuncio e nella trasmissione della fede, con azioni pastorali capaci di intercettare chi è più lontano e con strumenti idonei al rinnovamento della catechesi e dei linguaggi dell’annuncio”.
La promozione dello zelo apostolico – aspetto essenziale del rinnovamento della Chiesa – chiama tutti, pastori e fedeli, a entrare nel dinamismo della missione e ad affrontare le sfide dell’evangelizzazione. Alla luce di questo orientamento è opportuno fissare lo sguardo su alcune attenzioni pastorali, che richiedono riflessione, azione concreta e testimonianza evangelica.
È necessario, anzitutto, riconoscere che la proposta pastorale per eccellenza è l’Anno liturgico, nella sua scansione settimanale. Ogni spiritualità cristiana si sviluppa a partire dal Giorno del Signore, promuovendo la prassi della lectio divina e la pratica dell’adorazione eucaristica, con intenzione vocazionale. Edificante, in preparazione del XXVIII Congresso eucaristico nazionale che si celebrerà a Orvieto nel 2027, è la testimonianza resa dal card. Angelo Bagnasco in una circostanza analoga. “Se la celebrazione eucaristica è un’immersione nel cielo, l’adorazione è distillare l’eterno nel quotidiano; se l’Eucaristia è nucleo incandescente, l’adorazione è un avvicinarsi al fuoco, fino a irradiarne la luce sul mondo. Adorare è riconoscere con gioia – fino alle lacrime – il primato di Dio e, quindi, la verità di ciò che siamo, piccole creature, ma creature amate. Adorare è recuperare la misura delle cose, quell’essenziale che conta davvero nel cammino della vita”.
È necessario, inoltre, sostenere e accompagnare il processo di riconfigurazione delle parrocchie, secondo il modello delle unità pastorali, perché non perdano la loro funzione di strumenti di comunione, riducendosi a qualche riunione, e non si allontanino dalla vita della gente. Sebbene i fedeli siano sempre meno radicati in un territorio e sempre più legati a reti di relazioni, tuttavia l’ancoraggio a un luogo, inteso in senso geografico, costituisce la base del senso di appartenenza. Rimane fermo il bisogno di legami comunitari che rendano visibile, tangibile il profilo del Corpo ecclesiale tracciato da Leone XIV al Collegio cardinalizio, all’indomani della sua elezione a Vescovo di Roma. “La vera grandezza della Chiesa vive nella varietà delle sue membra unite all’unico Capo, Cristo, Pastore e Custode (1Pt 2,25) delle nostre anime. Essa è il grembo da cui anche noi siamo stati generati e al tempo stesso il gregge (cf. Gv 21,15-17), il campo (cf. Mc 4,1-20) che ci è dato perché lo curiamo e lo coltiviamo, lo alimentiamo con i Sacramenti della salvezza e lo fecondiamo con il seme della Parola, così che, solido nella concordia ed entusiasta nella missione, cammini, come già gli Israeliti nel deserto, all’ombra della nube e alla luce del fuoco di Dio (cf. Es 13,21)”.
È necessario, altresì, rafforzare la formazione degli organismi di partecipazione – intesi “non come semplici spazi consultivi, ma come strumenti concreti per il discernimento delle priorità pastorali” –, verificando i passi compiuti e le resistenze incontrate, per poterle superare, affinché la forma sinodale della Chiesa “diventi mentalità nel cuore, nei processi decisionali e nei modi di agire”. La parola “insieme” esprime la chiamata alla comunione nella Chiesa; solo restando uniti è possibile prendere parte attiva alla missione evangelizzatrice, che chiede tanto ai pastori quanto ai fedeli, secondo la felice intuizione di Leone XIV, di farsi “pescatori di famiglie”. Questa è una responsabilità da assumere senza indugio, sia per accatastare i cenacoli di vita cristiana sparsi nel territorio diocesano, il cui prototipo è la casa di Aquila e Priscilla (cf. At 18,1-4), sia per sostenere le coppie di sposi che chiedono di essere aiutate a ritrovare stabilità affettiva e autorevolezza educativa, come pure per accompagnare i giovani nella preparazione al sacramento del Matrimonio, “trovando il coraggio di inventare nuove parole che – a detta del Santo Padre – possano toccare le loro coscienze, anche quando fanno scelte che non corrispondono alle vie proposte dalla Chiesa”.
È necessario, pure, curare una formazione continua e di qualità di tutti i membri del popolo di Dio, senza disperdere le energie messe in campo dalla Scuola diocesana di Teologia che ha come primi destinatari quanti esercitano o intendono ricevere qualche ministero istituito o di fatto, il cui apostolato laicale ha una “radice battesimale”. La qualità della vita pastorale dipende, in larga parte, dalla cura della vita interiore, tanto nel suo aspetto spirituale quanto in quello intellettuale. “Viviamo un’emergenza formativa – sottolinea il Vescovo di Roma, Leone XIV, agli operatori pastorali riuniti nella sua Cattedrale – e non dobbiamo illuderci che basti portare avanti qualche attività tradizionale per mantenere vitali le nostre comunità cristiane. Esse devono diventare generative: essere grembo che inizia alla fede e cuore che cerca coloro che l’hanno abbandonata”.
È necessario, infine, interpretare questo “cambiamento d’epoca” senza temere di avvertirne le contraddizioni e senza esitare a scorgerne le intuizioni e le istanze. Servono coraggio, autorevolezza, visione per affrontare con gli strumenti della fede, della ragione, del realismo e del buon senso le sfide pastorali sempre più impegnative che si presentano, “senza difendersi – raccomanda Leone XIV – dalle provocazioni dello Spirito”. Passati – diceva Papa Francesco – “da un cristianesimo sistemato in una cornice sociale ospitale a un cristianesimo di minoranza, o meglio, di testimonianza”, occorre ripensare gli obiettivi, le strutture e i metodi dell’azione pastorale, troppo concentrata sulla prassi sacramentale più che sulle esigenze dell’evangelizzazione e sulle urgenze della carità. La cura del rapporto tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione è una scelta strategica. “Iniziare alla vita cristiana – afferma Leone XIV – è un processo che deve integrare l’esistenza nei suoi vari aspetti, abilitare gradualmente alla relazione con il Signore Gesù, rendere le persone confidenti nell’ascolto della Parola, desiderose di vivere la preghiera e di operare nella carità”.
La missione della Chiesa, in questo tornante della sua storia, non può lasciarsi vincere dalla tentazione di aggiornare continuamente il censimento dei fedeli e dei pastori. Non serve a nulla farsi travolgere dalla sensazione che tutto vada male; occorre guardare ai tanti grani di senape che crescono silenziosamente. Accattivante, in proposito, è l’interpretazione data da Leone XIV del dipinto di Vincent Van Gogh, Il seminatore al tramonto. Alle sue spalle, all’orizzonte, in primo piano è rappresentato il sole cocente, che scende su un campo in cui le messi già biondeggiano. È la promessa sicura che il raccolto verrà più dall’alto che dal basso e sarà al di là di ogni aspettativa. Sembra esserne consapevole il seminatore, il cui volto resta in ombra, ma avanza risoluto: una mano stringe al cuore la sacca con i semi e l’altra li sparge nei solchi vuoti, in attesa.
+ Gualtiero Sigismondi

