“La civiltà cammina al seguito d’una pace armata soltanto d’un ramo d’ulivo”. Con questo pensiero di San Paolo VI ci disponiamo a compiere il rito della benedizione degli oli, frutto dell’ulivo, che con la sua bellezza riveste le nostre colline (cf. Os 14,7). Nella Genesi si parla della “tenera foglia di ulivo” portata da una colomba a Noè al termine del diluvio (cf. Gen 8,11). Geremia descrive Israele come “ulivo verde, maestoso”, dato al fuoco per la sua malvagità (cf. Ger 11,16-17). L’apostolo Paolo ricorre alla metafora dell’ulivo selvatico per spiegare l’innesto dei pagani nella radice del popolo di Dio (cf. Rm 11,17-24), che ha costruito il tempio con legno d’ulivo (cf. 1Re 6,23-33), una pianta che dà il nome al monte ove Gesù si ritira prima di consegnarsi alla Passione (cf. Lc 22,39).
La longevità dell’ulivo, la sua resilienza al caldo torrido o a un clima rigido, l’intensa fotosintesi che svolgono le sue foglie sempre verdi sono sicura garanzia della fecondità del suo frutto, la cui spremitura produce l’olio, “sostanza terapeutica, aromatica e conviviale: medica le ferite, profuma le membra, allieta la mensa”. Assunto nel simbolismo liturgico, l’olio esprime il dono dello Spirito, che nella “pienezza del tempo” unge Gesù Cristo nella sua umanità (cf. Lc 1,35; Gv 1,32) e oggi scende fino all’orlo della veste del Corpo ecclesiale.
Attraverso il rito di accoglienza degli oli santi nella Messa in Coena Domini, che inaugura il Triduo pasquale, questa celebrazione, “quasi epifania della Chiesa”, spande il profumo di Cristo nell’intera Diocesi, come accade a Betania, “sei giorni prima della Pasqua” (cf. Gv 12,1-11), quando l’aroma di puro nardo cosparso da Maria sui piedi di Gesù riempie tutta la casa.
L’ampolla dell’olio degli infermi, con cui vengono unte la fronte e le mani delle persone malate o anziane, richiama l’opera di misericordia corporale di visitare gli infermi, che consente di avvicinare i loro familiari o quanti li assistono nella solitudine della malattia e di conoscerne “gioie e speranze, tristezze e angosce” (cf. Gaudium et spes, 1). All’ombra della Croce è possibile scorgere tracce di vita santa, leggere la minuta di biografie scritte dallo Spirito, il quale impasta il fango della nostra umanità con il soffio vitale della sua grazia che, come fiume carsico, scorre nel campo della Chiesa, reso fertile dai “semi del Verbo” sparsi ovunque.
L’ampolla dell’olio dei catecumeni, con cui viene unto il petto dei battezzandi, è quella lasciata troppo in disparte nel luogo riservato alla conservazione degli oli. E tuttavia essa richiama l’attenzione sull’urgenza di rendere più fluido il processo di trasmissione della fede, da concepire non tanto come una preparazione funzionale ai sacramenti, quanto come un cammino di discepolato. Questa “chiara inversione di marcia tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione”, raccomandata da Leone XIV al Clero della Diocesi di Roma, implica un cambio di passo: da una pastorale di iniziative di mantenimento delle strutture a itinerari di accompagnamento nella fede.
L’ampolla dell’olio del crisma versato sul capo del vescovo, sulle palme delle mani dei presbiteri e sulla fronte dei fedeli, è segno del “fiume di grazia” che scende sul Corpo mistico. In esso, “nella sua variopinta armonia” (cf. 1Cor 12,12-26), il sacerdozio ministeriale si configura “come servizio al sacerdozio battesimale che lo ingloba, essendone la fonte”. Il rinnovo delle promesse sacerdotali, compiuto “coram populo”, manifesta che il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale sono distinti essenzialmente ma profondamente relazionati (cf. Lumen gentium, 10), come virgulti d’ulivo che traggono linfa vitale dall’unico sacerdozio di Cristo.
Gli oli degli infermi, dei catecumeni e del crisma sono guida sicura, rispettivamente, per la “pastorale del campanello”, per quella “a goccia” e anche “in rete”, mediante le quali pastori e fedeli crescono “come ulivo verdeggiante nella casa di Dio” (Sal 52,10). Questo profilo presenta lo stesso ritratto che apre il Salterio, in cui l’uomo giusto viene paragonato “all’albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo” (Sal 1,3). Al contrario, chi “pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore”, diventa “come un tamerisco nella steppa” (cf. Ger 17,5-6). “Qualcosa di simile accade – avverte il Santo Padre – quando ci si abitua alle cose di Dio senza vivere di Dio (…), quando si confonde la fecondità con l’intensità delle attività o con la cura meramente esteriore delle forme. La vita spirituale non dà frutto per ciò che si vede, ma per ciò che è profondamente radicato in Dio (…) e costantemente riferito a Lui”.
Il paradosso dell’albero secco, che rimane in piedi, o del fico sterile, nonostante le cure ricevute (cf. Lc 13, 6-9), è immagine dello stato in cui versa chiunque presuma di coltivare la vita spirituale senza custodire la vita interiore. Se non si affronta la dura fatica di conoscere il proprio cuore (cf. Ger 17,9), la spiritualità diventa formalismo; e tuttavia, se non si fa entrare Dio nello spessore della propria anima, l’interiorità si riduce a introspezione sterile. La vita interiore è l’olio in cui infondere il balsamo della vita spirituale. “È da qui – raccomanda Leone XIV – che è urgente ripartire nella pastorale vocazionale e nell’impegno sempre nuovo dell’evangelizzazione”.
Fratelli e sorelle carissimi, pregate per i vostri sacerdoti, chiamati a rinnovare gli impegni assunti verso la Chiesa e a “ravvivare il dono di Dio che è in loro mediante l’imposizione delle mani” (cf. 2Tm 1,6). “Il fuoco acceso è il dono irrevocabile dello Spirito – assicura il Santo Padre – che il Signore ci ha fatto (…). Allo stesso tempo, dobbiamo ammettere con umiltà che la fiamma di questo fuoco non conserva sempre la stessa vitalità. Incalzati dai repentini cambiamenti culturali e dagli scenari in cui si svolge la nostra missione, talvolta assaliti dalla stanchezza e dal peso della routine, oppure scoraggiati per la crescente disaffezione nei confronti della fede e della pratica religiosa, avvertiamo il bisogno che questo fuoco sia alimentato”.
Le sfide da affrontare non gettano acqua sul fuoco, ma soffiano su di esso, a condizione che si rimanga solidi nella concordia ed entusiasti nella missione, come ulivo rigoglioso!
+ Gualtiero Sigismondi

