Assemblea del clero – L’intervento del Vescovo Gualtiero

L'intervento del Vescovo Gualtiero in occasione dell'Assemblea del clero presso il Santuario dell'Amore misericordioso di Collevalenza.

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“La responsabilità di celebrare a Orvieto il XXVIII Congresso Eucaristico Nazionale ci chiama a “non accogliere invano la grazia di Dio” (cf. 2Cor 6,1). “Unum corpus, multi sumus”. L’Eucaristia segno di unità e fermento di pace. Con la scelta di questo tema, che richiama una nota formula paolina (cf. 1Cor 10,17), si mantiene il focus delle Chiese che sono in Italia sulla sinodalità, che ha la sua forma costitutiva nella Sinassi eucaristica. Alla locuzione “unum corpus multi sumus”, a cui si ispira il motto episcopale di “conio” agostiniano di Papa Leone XIV – “In Illo uno unum” (Esposizione sul Salmo, 127,3) –, sono intonate le Linee di orientamento, frutto del cammino sinodale, “Radicati e costruiti in Cristo”, nelle quali si afferma che le celebrazioni liturgiche, “anche per la possibilità di contare su diverse ministerialità”, oltre a essere “significative, attrattive e accessibili”, “devono essere sempre più luoghi in cui si alimenta la vita cristiana delle comunità”.

Nella sua prima enciclica Leone XIV scrive che “la spiritualità di cui abbiamo bisogno è una spiritualità eucaristica, cioè una spiritualità dell’unità ecclesiale nell’amore” (Magnifica humanitas, 234). “Mentre le nuove reti economiche e tecnologiche possono generare esclusione, isolamento e dipendenze, la Chiesa nutrita dall’Eucaristia è chiamata a rendere visibile un’altra misura” (Ibid., 235). Si tratta della “misura alta” dell’adorazione, da adottare facendo dello “stupore eucaristico” una priorità pastorale, vale a dire il principio ispiratore di ogni azione pastorale. Adorare significa riconoscere il primato di Dio, “recuperare la misura delle cose, quell’essenziale che conta davvero nel cammino della vita”. Adorare vuol dire stare in silenzio davanti al Signore, senza limiti di tempo, “respirando” il suo Santissimo Nome e “distillando” la sua Parola. “Dobbiamo diventare contemplativi – raccomanda Leone XIV –, nutrire la vita interiore con la preghiera generosa e prolungata dinanzi al Tabernacolo, con la celebrazione calma e attenta dell’Ufficio e della Messa”. Quanto desidererei che l’adorazione eucaristica diventasse sempre di più un’acquisizione spirituale condivisa da tutti, pastori e fedeli. È mia intenzione, prima della Pasqua, fare visita alle unità pastorali, per vivere un momento forte di preghiera, di ascolto e di adorazione.

C’è una questione pastorale “cogente” che, in preparazione al XXVIII Congresso Eucaristico Nazionale, mi preme affrontare, con chiarezza di dottrina, perché “il recuperare la verità teologica è in se stesso senz’altro qualcosa di pratico”. Mi riferisco al ricorso eccessivo sia allo strumento della convenzione per motivi di studio in favore dei presbiteri non italiani operanti nel nostro Paese – provenienti da territori di missione o in stato di necessità –, sia alle liturgie della Parola con distribuzione della Comunione appaltate ai diaconi, che sarebbe preferibile chiamare celebrazioni della Parola in attesa di presbitero.

Mi lascio guidare dalla riflessione sviluppata nel II volume dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger: Teologia della liturgia. “Nelle terre di missione, nella diaspora, in situazioni di persecuzione, non vi è nulla di nuovo nel fatto che di domenica la celebrazione eucaristica sia irraggiungibile e che allora si debba tentare, nella misura del possibile, di sintonizzarsi interiormente con la celebrazione domenicale della Chiesa. Da noi il calo delle vocazioni sacerdotali suscita sempre più sensibilmente situazioni di tal genere che finora ci erano in gran parte insolite. Purtroppo, la ricerca della soluzione giusta è spesso offuscata da ideologie d’impronta collettivista che sono piuttosto di ostacolo che non di aiuto alla reale esigenza. Si è detto, per esempio: ogni chiesa che prima aveva un parroco o comunque una regolare celebrazione domenicale deve continuare ad essere luogo di adunanza festiva della comunità locale. Soltanto così la chiesa rimarrebbe il punto centrale del paese; soltanto così la comunità rimarrebbe viva. Per questo motivo sarebbe più importante per essa riunirsi proprio lì ascoltando e celebrando la parola di Dio, che non approfittare della possibilità di partecipare alla celebrazione eucaristica stessa in una comunità situata nelle vicinanze. In quest’argomentazione ci sono molti elementi plausibili e, indubbiamente, buone intenzioni. Ma vengono dimenticate le valutazioni fondamentali della fede. In tale visione, l’esperienza dello stare insieme, la cura della comunità del paese, sta al di sopra del dono del Sacramento (…). Le conseguenze di una (tale impostazione pastorale), che antepone l’assemblea alla realtà sacramentale, sono gravi (…) e alquanto anacronistiche nella nostra società caratterizzata dalla mobilità”.

“In modo completamente diverso stanno invece le cose – precisa Joseph Ratzinger – quando si tratta di un caso di vera necessità. Allora, infatti, non è che con una celebrazione senza sacerdote ci si riduca nella sfera solamente umana; in quel caso essa rappresenta piuttosto il gesto comune con cui ci si protende verso il dominicus, il Giorno del Signore (…). La domanda decisiva è: dove corre il confine tra volontà personale e vera necessità? Questo confine certamente non può essere tracciato in modo astrattamente univoco e sarà anche nel dettaglio sempre fluttuante. Esso deve essere trovato nelle singole situazioni dalla sensibilità pastorale degli interessati, in sintonia con il Vescovo. Esistono delle regole che possono essere utili. Che non sia lecito ad un sacerdote celebrare le domeniche e nelle feste di precetto più di tre volte, come stabilisce il Codice di Diritto Canonico (cf. can 905 § 2), ma corrisponde ai limiti di ciò che è realmente eseguibile”. 

Questa disposizione canonica non ammette eccezioni, ma invita a discernere, in modo sereno e onesto, quali assemblee eucaristiche non facciano Chiesa. Per prendere decisioni sagge e condivise è necessario adottare come criterio di verifica non la conta dei praticanti – il “numero legale” indicato da Gesù è “due o tre riuniti nel suo nome” (cf. Mt 18,19-20) – ma la loro “piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche” (cf. Sacrosanctum Concilium, 14), in particolare all’Eucaristia, sorgente della missione, come si evince dalla formula di congedo, “ite Missa est”, che scioglie l’assemblea dei fedeli, legandoli al mandato di trasmettere la fede “nella forma del contatto, da persona a persona” (cf. Lumen fidei, 37).

Molto più realistica alle nostre latitudini è questa domanda: come riconciliare tra loro la cultura del week end, del tempo libero, e la celebrazione del Giorno del Signore? Come venire incontro ai “pendolari domenicali”, che fanno le loro uscite “fuori porta”? O, più concretamente, come possiamo raggiungere quanti rientrano nelle loro abitazioni, dopo una giornata di lavoro, quando l’ultima Messa domenicale è ormai finita da un pezzo? A questo riguardo dobbiamo escogitare idee adeguate e offrire proposte accessibili, concrete. Gli orari delle Messe domenicali hanno, solo al mattino, “ore di punta” molto congestionate; al contrario, di pomeriggio il “traffico” è fin troppo scorrevole, mentre a sera è bloccato, perché le porte delle chiese sono tutte chiuse. Nelle circostanze attuali si rende necessario non solo intercettare la profonda nostalgia di Dio che inquieta il cuore umano, ma anche ravvivare la fiamma della consapevolezza di essere autenticamente domiciliati in una comunità parrocchiale “in cui nessun fedele è estraneo all’altro, perché là dove c’è la fede ogni fedele è a casa sua”. 

Le questioni sollevate, a motivo della loro importanza, non possono essere affrontate con l’unità di misura del “buon senso”, ma con un profondo “senso pastorale”. Questo impone di far funzionare gli organismi di partecipazione, a tutti i livelli, i quali non si configurano come una sorta di tavolo sindacale o, al contrario, come una cassa di risonanza di decisioni già assunte. In occasione della festa della Dedicazione della Cattedrale, domenica 15 novembre 2026, verrà costituito il Consiglio pastorale diocesano: un prezioso strumento di comunione e di partecipazione, chiamato a dare voce e ascolto al cammino sinodale delle unità pastorali. La sinodalità non è una democratizzazione della Chiesa, ma una conversione battesimale, capace di affinare la facoltà sia di dare priorità a ciò che è essenziale, sia di leggere con sapienza lungimirante le trasformazioni profonde della Chiesa e della società. C’è sempre una sottile convenienza nella rassegnazione, nei compromessi, nel rimandare le decisioni necessarie e coraggiose. Occorre osare l’inedito: non è più possibile proporre percorsi e iniziative pastorali modellati su schemi del passato.

Lo scenario attuale è complesso e, per certi versi, inquietante. In questo contesto di rapidi cambiamenti, la necessaria riorganizzazione delle celebrazioni nel Giorno del Signore diventa un’occasione per verificare la nostra risposta alla chiamata alla conversione missionaria della pastorale. L’impossibilità di assicurare l’Eucaristia in ogni parrocchia genera malumori non facili da gestire; eppure, spinge a scoprire la bellezza di convergere in un’unica assemblea di fedeli. Si tratta di un processo delicato, che ha bisogno di tempo e non può essere risolto semplicemente per via amministrativa, con un decreto estintivo o modificativo delle parrocchie. L’esperienza insegna che la salus animarum, “che deve sempre essere nella Chiesa la legge suprema” (can. 1752), passa attraverso la porta stretta – e talvolta la cruna d’un ago – della ricerca dell’essenziale.”

+ Gualtiero Sigismondi