La storia della Chiesa la raccontano anche le pietre; la storia di questo Santuario è documentata dalle pietre, a partire dalle “pietre vive” che siamo noi tutti; anche la Passio di Santa Cristina ha lasciato sulla dura pietra questa impronta: “Forte come la morte è l’amore” (Ct 8,6). Le scarne fonti documentarie e la memoria archeologica della catacomba, legata a questo tempio, traggono ispirazione dalla fede dei pellegrini. Le tante lapidi custodite nella catacomba raccontano la fede pasquale dei nostri padri, che “dormono il sonno della pace”. È cosa molto buona passarle in rassegna, per cogliere nelle sfumature dei dettagli quanto sia grande la fede di chi le ha incise.
La storia della Chiesa la scrivono anche le pietre; i documenti d’archivio non bastano, servono le pietre, ancorate alla nuda terra. Le pietre parlano la lingua dei segni, che ha il suo codice, quello del silenzio. A differenza dei documenti scritti, che possono andare perduti o essere manipolati, le pietre offrono una prova tangibile della fede della Chiesa. Basiliche come questa, la cui architettura è densa di messaggi, sono “archivi di pietra”, in cui è possibile leggere secoli di storia sovrapposti nello stesso luogo. Papa Pio XI, nel Motu Proprio “I primitivi cemeteri” dell’11 dicembre 1925, affermò la necessità di tutelare i monumenti paleocristiani e le catacombe di Roma affinché servissero “allo studio dei dotti, non meno che alla venerazione e all’ardente pietà dei fedeli”.
Fede e pietra si illuminano a vicenda nella testimonianza martirale di Santa Cristina, a cui si addice un’antifona della Liturgia delle ore: “Salde come la roccia, le parole di Dio nel suo cuore”. Fede e pietra si incontrano, sin dagli inizi della predicazione del Vangelo (cf. Mt 16,18), ma nelle circostanze attuali si scontrano, perché la dura pietra della nostra incredulità non si lascia scavare dalla “goccia a getto continuo” della fede della Chiesa. Santa Cristina lenisca la durezza dei cuori, i quali se non sono persuasi che “niente può separarci dall’amore di Dio” (cf. Rm 8,38-39), non si sottraggano a versare sudore e lacrime per la nobile causa dell’evangelizzazione.
Fratelli e sorelle carissimi, la vita impasta i nostri giorni di sudore e di lacrime. Il sudore della fronte è segno non solo del caldo, ma della fatica del lavoro: è il “pedaggio” che il corpo paga quando è messo alla prova. Le lacrime, di gioia o di dolore, sono la “voce” dell’anima, che ha il timbro del gemito o il tono del profondo silenzio. Se la nobile causa dell’evangelizzazione ha bisogno del sudore della fronte, non può fare a meno delle lacrime. Oggi si registra una strana indulgenza nel vedere deserte le nostre chiese e inaridite di vita cristiana le nostre famiglie.
La festa di Santa Cristina sia per noi occasione propizia per lasciarci convertire dalla sua fede e dedizione incrollabili (cf. Mt 13,44-46). A che servono i “quadri viventi” del martirio della nostra Santa se manca la “cornice” della nostra fede ardente? Questa domanda non sfiori il nostro orecchio, ma penetri nell’intimo del cuore e ci aiuti a rieducarlo al battito della fede e al ritmo della lode.
+ Gualtiero Sigismondi

