La Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, che coincide con la Domenica del Buon Pastore, è occasione propizia per riconoscere che ogni chiamata è un dono di Dio. Nel prologo del messaggio che Leone XIV ha scritto per questa circostanza è riportata una citazione del teologo Pavel Florenski, prete ortodosso vissuto in Russia a cavallo fra ‘800 e ‘900: “L’ascetica non crea l’uomo buono, ma l’uomo bello e il tratto distintivo dei santi non è affatto la bontà, che può essere presente anche in persone molto peccatrici, bensì la bellezza spirituale, la bellezza accecante della persona luminosa, assolutamente inaccessibile all’uomo grossolano”.
La vera bellezza è legata alla cura della vita interiore e della vita spirituale intese, rispettivamente, come spazi di conoscenza di se stessi e di relazione con Dio. “Grazie alla luce e alla forza dello Spirito – osserva il Santo Padre –, anche attraverso prove e crisi possiamo vedere la nostra vocazione maturare, riflettere sempre più la stessa bellezza di Colui che ci ha chiamato, una bellezza fatta di fedeltà e fiducia, nonostante le ferite e le cadute. La vocazione, in effetti, non è un traguardo statico, ma un processo dinamico di maturazione, favorito dall’intimità con il Signore: stare con Gesù, lasciar agire lo Spirito santo nei cuori e nelle situazioni della vita e rileggere tutto alla luce del dono ricevuto significa crescere nella vocazione. Come la vite e i tralci (cf. Gv 15,1-8), così tutta la nostra esistenza deve costituirsi in un legame forte ed essenziale con il Signore, in modo da diventare una risposta sempre più piena alla sua chiamata, attraverso le prove e le necessarie potature”.
“Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto” (Gv 15,2). Non basta portare frutto ma occorre portarlo in Cristo, rimanendo in Lui: la fecondità non è questione di abbondanza di frutti ma di dipendenza dalla vite: “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5). Nel suo recente viaggio apostolico in Africa il Papa ha ricordato ai giovani che “obbedire a Dio non è un atto di sottomissione che ci opprime o annulla la nostra libertà; al contrario, l’obbedienza a Dio ci rende liberi, perché significa affidare la nostra vita a Lui e lasciare che sia la sua Parola a ispirare il nostro modo di pensare e di agire”. “Potrebbe forse sorgere la tentazione di pensare che il Signore venga a toglierci qualcosa – avverte il Santo Padre –, la tentazione di esitare a lasciargli prendere le redini della nostra vita. In quelle occasioni (…) non si deve aver paura di dire sì a Cristo, di modellare completamente la nostra vita sulla sua! (…). Egli non toglie nulla! L’unica cosa che toglie a noi e prende su di sé è il peccato”.
“La mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11): questo non è un semplice augurio ma una benedizione solenne. Una vita donata a Dio è una vita felice, da custodire ogni giorno nella preghiera, nei Sacramenti e nell’agire premuroso verso chi ha bisogno. “La gioia dei credenti – assicura Leone XIV – è uno dei migliori annunci della fede”.
+ Gualtiero Sigismondi

