“Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo” (Lc 2,48). Con queste parole la Vergine Maria, anche a nome di Giuseppe suo sposo, si rivolge a Gesù dodicenne, dopo averlo ritrovato fra i dottori nel tempio. Si tratta di un forte richiamo che, in un momento di indescrivibile sofferenza, riesce a trasformare il dolore in un atto d’amore. Di momenti come quello vissuto da Maria e Giuseppe è impregnata la vita di tante famiglie le quali, nell’attuale emergenza educativa, sperimentano che il dolore è il sigillo dell’amore.
La Solennità di San Giuseppe è occasione propizia per riflettere sulla qualità del rapporto tra genitori e figli, che si regge sulla fedeltà dell’amore sponsale, il cui banco di prova è quello della crescita coniugale nella corresponsabilità educativa. “La fragilità è parte della meraviglia che siamo” – assicura Papa Leone XIV –, e tuttavia l’aggressività e la violenza di certi comportamenti adolescenziali e giovanili portano alla luce criticità che interrogano il mondo adulto. L’emergenza non solo emotiva che, nelle circostanze attuali, esplode nelle nuove generazioni è il punto di arrivo di una lunga catena di silenzi occupati dai social, di emozioni soverchiate dall’ansia, di sentimenti devastati dagli istinti, di vissuti di noia senza limiti.
Grande, in proposito, è la responsabilità dell’ambiente familiare e di quello scolastico, nei quali non basta aumentare i divieti se mancano azioni di cura educativa che osservano la “grammatica” del prevenire e la “sintassi” del premunire. Serve, dunque, una stretta alleanza tra la famiglia e la scuola, sempre più indebolita dal fatto che i genitori corrono il rischio di misurare la loro “riuscita” da quella dei figli: questa elevata aspettativa mina la serenità in casa e compromette la serietà nei rapporti con i docenti. Se i genitori non devono accreditarsi come “avvocati difensori” dei figli, gli insegnanti non possono qualificarsi come “compagni di gioco” ma come “allenatori” e “arbitri” degli alunni loro affidati.
“Oltre alla scuola e alla famiglia – osserva Vanna Iori – c’è poi il mondo informatico. Non possiamo certo ignorare l’importanza di educare ad un uso corretto, nei modi e nei tempi, degli strumenti della rete, affinché il web non si insinui nei vissuti e la realtà virtuale non condizioni la vita reale, sospingendo i giovani verso una dipendenza che allontana dalle relazioni autentiche”. L’utilizzo indiscriminato dei social, senza una preventiva maturità umana, minaccia una crescente e diffusa difficoltà a costruire legami interpersonali, che rende necessario – a giudizio di Marco Impagliazzo – “un coprifuoco digitale: questo potrebbe essere un passo nella giusta direzione, ma anche gli adulti devono disintossicarsi, dando l’esempio”.
Tra gli altri ambiti importanti sul versante educativo vi è lo sport, a condizione che non diventi un alibi per disertare la parrocchia. Nella lettera La vita in abbondanza – scritta dal Santo Padre in occasione dei XXV Giochi olimpici invernali –, si legge che lo sport, allenando a fare squadra, “educa a un rapporto sereno con il limite e con la norma. Il limite è una soglia da abitare: è ciò che rende significativo lo sforzo, intelligibile il progresso, riconoscibile il merito. La norma è la grammatica condivisa che rende possibile il gioco stesso (…). Accettare i limiti del proprio corpo, del tempo, della fatica, e rispettare le regole comuni significa riconoscere che la riuscita nasce dalla disciplina, dalla perseveranza e dalla lealtà. In questo senso, lo sport offre una lezione decisiva anche oltre il campo di gara: insegna che si può aspirare al massimo senza negare la propria fragilità, che si può vincere senza umiliare, che si può perdere senza essere sconfitti”.
Fratelli e sorelle carissimi, riconoscere che esistono delle responsabilità che toccano da vicino gli adulti è il primo passo di un sicuro investimento educativo, finalizzato ad aiutare i giovani, smarriti nel “tempio” del mondo virtuale, a comprendere i rischi e le opportunità dell’era digitale. La figura di San Giuseppe, che ha visto crescere Gesù “in sapienza, età e grazia” (cf. Lc 2,52), ci sprona a essere autorevoli, cioè credibili ed esemplari, nell’arte di accompagnare. “In lui riconosciamo – afferma il Santo Padre – che accogliere, oltre che presenza, è anche custodia. Custodire significa stare accanto all’altro con attenzione, rispettarne le scelte e prendersene cura. Giuseppe testimonia che presenza e custodia sono dimensioni inseparabili: non si custodisce senza esserci, e non si è presenti senza assumersi la responsabilità dell’altro”.
+ Gualtiero Sigismondi

