20° anniversario della morte di mons. Decio Lucio Grandoni: l’omelia del Vescovo Gualtiero

Todi, Chiesa di Santa Maria della Consolazione, 22 marzo 2026

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“Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio” (Eb 13,7): l’odierna celebrazione risponde a questa esortazione che ci invita a tenere viva memoria di coloro che, come il Vescovo Decio Lucio, ci hanno fatto da guida nel Signore. Le letture della liturgia della Parola sono particolarmente adatte a questa ricorrenza: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe” (Ez 37,12). La chiave dei sepolcri solo Dio può girarla, sia per chiudere sia per aprire. Ne dà testimonianza Gesù a Betania (cf. Gv 11,1-44); Egli, inondato dal fiume di lacrime di Marta e Maria, si commuove profondamente e molto turbato scoppia in pianto; sfida l’odore acre della morte, ordina di togliere la pietra sepolcrale e grida a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!” (Gv 11,43).

La fede della Chiesa insegna che l’ultima parola sulla morte è la Risurrezione di Cristo, che ha imposto alle sue “fauci” un limite invalicabile. Comunque, la morte è una “livella” – scrive il celebre attore e poeta italiano Totò, Antonio de Curtis, nella sua famosa poesia intitolata A Livella –, oltre che una “pialla” e una “sorella” non proprio cara. È una “livella”, perché non fa preferenze di persone; è una “pialla”, perché la sua lama affilata asporta come trucioli gli anni della nostra vita; è una “sorella”, perché nell’ora della sofferenza la sua visita è attesa. E tuttavia, in qualunque modo la si qualifichi, il vero nemico della morte è l’amore: “Forte come la morte è l’amore” (Ct 8,6). È l’amore di Dio, che in Cristo Gesù “ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita” (2Tm 1,10).

Curioso è l’aneddoto sulla morte raccontato da mons. Grandoni nella sua “autobiografia”. “Quando iniziammo la causa di canonizzazione dei due laici tudertini Mario e Teresa Ferdinandi, incontrai Giovanni Paolo II in Visita ad limina e gli dissi: ‘Santità sto pensando che quando il Signore mi chiamerà nella vita eterna, chiederò di rimanere in Purgatorio e rinuncerò ad andare in Paradiso’. ‘E perché?’ mi chiese il Papa. ‘Perché se la composizione degli abitanti del Paradiso è la stessa di quella del Catalogo dei Santi, rischierei di trovarmi soltanto con religiosi e religiose, qualche vescovo e sacerdote, ma con pochissimi laici’. ‘È giusto’ mi replicò il Santo Padre”.

Il Purgatorio è una “porta stretta” da varcare per entrare in Paradiso, ma per un vescovo ci dovrebbero essere tanti “anni di indulgenza” quanti sono stati quelli di episcopato. Mons. Grandoni ne ha contati quasi trenta, ma nel calcolo potrebbe essere inclusa l’addizionale per questa ragione: “profeta nella sua patria” (cf. Lc 4,24). La solitudine è uno degli oneri più gravosi da sostenere nell’esercizio del ministero episcopale; e tuttavia, a giudizio di mons. Grandoni, il suo carico lo si può determinare da emeriti, quando si constata “chi era leale e chi invece era falso e ipocrita”.

Fratelli e sorelle carissimi, mons. Grandoni era solito parlare con ironica arguzia, “a viso aperto”: la sua anima contempli il buon Pastore “a volto scoperto”, in Paradiso, dal momento che nei venti anni ormai trascorsi dalla sua morte sono stati canonizzati diversi fedeli laici.

+ Gualtiero Sigismondi