Festa di S. Fortunato. L’omelia del card. Antonelli e il saluto a lui rivolto dal Vescovo Gualtiero.

L'omelia tenuta da S. Em.za Rev.ma il Sig. Cardinale Ennio Antonelli a Todi, e il saluto che il nostro Vescovo Gualtiero ha voluto rivolgergli all'inizio della celebrazione, in occasione della festa di San Fortunato, patrono della città e della diocesi.

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L’omelia del Cardinale Antonelli:

Saluto il carissimo Vescovo Gualtiero; lo saluto e lo ringrazio. Saluto con affetto i sacerdoti, i diaconi, tutti voi qui presenti, il Sindaco di Todi, la Città e tutta la comunità diocesana.

Siamo riuniti in questa grandiosa chiesa di san Fortunato, edificata sul sepolcro che custodisce le reliquie del suo corpo. Ricordiamo solennemente il Pastore che ha radicato la fede cristiana in questo territorio e ha edificato con pietre vive la nostra chiesa diocesana.

Il tema delle pietre vive ci è stato offerto poco fa dalla seconda lettura (1Pt 2, 4-9): “Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio mediante Gesù Cristo … Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa”. Il modo più autentico di onorare il Patrono è quello di ravvivare la responsabilità di essere pietre vive nella Chiesa diocesana. 

Tutti noi siamo Chiesa. Però, come un edificio è più di un mucchio di pietre, così la Chiesa è più della somma dei singoli cristiani. La Chiesa è l’unità dei molti, la comunione che Cristo alimenta con il dono dello Spirito Santo ed è nostra madre nella vita di fede. Personalmente sento intenso affetto filiale per questa Chiesa di Orvieto-Todi, sebbene più della metà dei miei novanta anni li abbia trascorsi fuori di essa. Ogni mese celebro una Messa per la sua vitalità e l’efficacia della sua testimonianza al Vangelo.

Mi sento figlio di questa Chiesa, un figlio che da lungo tempo vive fuori di casa. In una parrocchia di questa diocesi, a Pontecuti, sono nato e sono stato battezzato. In un’altra parrocchia, a Casteltodino, ho vissuto le prime esperienze della vita cristiana: la preghiera, il catechismo, la partecipazione all’Eucarestia, la prima indimenticabile lettura dei quattro Vangeli, lettura appassionante e tutta di seguito, la gioia delle azioni buone, il rimorso per le azioni cattive, la pace interiore dopo il sacramento della Riconciliazione. A Casteltodino mi ha raggiunto la chiamata del Signore a entrare in Seminario, attraverso la giovane maestra di V elementare, che volle anche scattarmi una fotografia; volle poi gelosamente conservarla e infine, dopo molti anni, quando ero già Arcivescovo e andai a farle visita, perché avevo saputo che era gravemente malata e vicina a morire, volle consegnarmela con grande commozione di ambedue.

A Todi ho frequentato per cinque anni il Seminario Minore. A Todi, dopo il liceo al Seminario Regionale di Assisi e gli anni di filosofia e teologia a Roma, ho ricevuto l’Ordinazione Sacerdotale, ho svolto il ministero pastorale per 22 anni, gli anni movimentati del Concilio Vaticano II e dell’immediato dopo Concilio. A Todi, in Cattedrale, ho ricevuto l’ordinazione Episcopale dal Vescovo Lucio Decio Grandoni. Poi dal 1982 sono vissuto fuori dalla Diocesi, per 44 anni (Vescovo di Gubbio, Arcivescovo di Perugia, Segretario della CEI, Arcivescovo di Firenze, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, Presidente emerito dal 2012). Ma continuo a sentirmi figlio di questa Chiesa particolare, perché da essa ho ricevuto tutto ciò che è importante e decisivo per la mia vita: la fede cristiana e i sacramenti del Battesimo, della Cresima, dell’Eucarestia e dell’Ordinazione presbiterale ed episcopale. Questa Chiesa è stata Madre della mia vita spirituale e ambiente vitale, famiglia, in cui sono cresciuto.

Qui ho incontrato e cominciato a conoscere Gesù Cristo. Qui ho aderito spontaneamente a lui, sperimentando la corrispondenza tra la proposta cristiana e le mie aspirazioni vitali. Invece la mia riflessione sulla fede, la mia teologia, si è sviluppata soprattutto fuori dell’ambiente diocesano. Ma qualsiasi pensiero riflesso, qualsiasi sapere scientifico, sorge e si evolve sempre dentro le scelte e gli atteggiamenti esistenziali, dentro il vissuto concreto. La vita precede e alimenta la riflessione.

La fede cristiana è innanzitutto affidamento a Dio che si è rivelato in Gesù Cristo; è adesione vissuta, certezza di essere amati, impegno operativo e pieno di speranza; ma non è un sentimento cieco; comporta sempre una conoscenza; coinvolge sempre tutta la persona: intelligenza, affettività, volontà. Non è possibile affidarsi totalmente a Gesù Cristo, se non lo si conosce, almeno indirettamente attraverso la testimonianza di altri. L’Enciclica Lumen Fidei (scritta a quattro mani da papa Benedetto XVI e papa Francesco), dichiara: “L’uomo ha bisogno di conoscenza, ha bisogno di verità, perché senza di essa non si sostiene, non va avanti” (LF, 24). Cita la parola di Gesù “Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre” (Gv 12, 46). E commenta questa parola, spiegando che Gesù è luce, perché è Dio che ci viene incontro nella storia e illumina tutta la nostra vita e tutta la storia dell’umanità, dall’origine al compimento ultimo (cf Ivi, 30). Perciò la fede in Gesù Cristo include sempre anche una conoscenza.

Sì, la fede vissuta è anche conoscenza; però la conoscenza può essere intuitiva e spontanea, per sintonia vitale, quasi per connaturalità; e può essere riflessa, consapevole e capace di rispondere a obiezioni e dubbi. 

A sua volta la riflessione può riguardare i presupposti logici della fede (esistenza e veracità di Dio) e i segni di credibilità della rivelazione cristiana (la personalità di Gesù, i santi, l’eroismo dell’amore, i miracoli ecc.); oppure la riflessione può riguardare la coerenza, la bellezza e la pienezza di senso dei contenuti rivelati da Dio. Nel primo caso si ha un pensare nella fede, stimolato dalla fede, ma in se stesso solo razionale, fondato su una logica scientifica. Nel secondo caso si ha un pensare per fede a partire da ciò che Dio ha rivelato, basandosi sulla sua autorevolezza, infallibilità e veracità e fedeltà. Questo dilata gli spazi della ragione; apre nuovi orizzonti alla razionalità umana; apre prospettive nuove e meravigliose su Dio, sul mondo, sull’uomo, sulla meta della vita e della storia.

Pensare nella fede e pensare per fede sono due momenti della riflessione teologica: il primo rimane dentro la capacità della sola ragione; il secondo va oltre le capacità della sola ragione. Ma l’uno e l’altro sono in sintonia con la ragione.

Inseparabilmente la fede è affidamento e conoscenza. Davvero la fede ha occhi e vede, “oculata fides”, come scrive San Tommaso d’Aquino (Summa Theologica III, q 55, a 2, ad 1). Non è affatto cieca; valorizza e dilata la ragione. Però è autentica solo se è vissuta, se è pratica e operosa. Ha valore, insegna l’apostolo Paolo, solo “la fede che opera per mezzo della carità” (Gal 5, 6). Gesù nel Vangelo di oggi ci ha detto: “Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli… Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia” (Mt 7, 21.24-25).

Sento molta gratitudine verso le persone e le istituzioni che mi hanno aiutato nella riflessione teologica. Ma sento una gratitudine ancora maggiore verso questa Chiesa diocesana, che mi ha comunicato la vita di fede. Pregate per me, perché con la grazia di Dio possa vivere sempre meglio, nei miei novant’anni, la fede cristiana, che ho ricevuto da questa comunità ecclesiale. Da parte mia continuerò a pregare spesso per voi, per la mia Chiesa madre di Orvieto-Todi.

 

Il saluto del Vescovo Gualtiero:

Eminenza, con gioia grande, a nome del Presbiterio diocesano e del popolo tuderte, le indirizzo il mio saluto, amplificato dalle navate di questo tempio intitolato a San Fortunato, Patrono della Chiesa particolare di Orvieto-Todi, di cui lei è Figlio carissimo. Questa visita avviene in prossimità del compimento dei suoi 90 anni, che si leggono all’anagrafe, ma non si vedono sul suo volto; forse lei ne avverte il peso, ma si tratta di un “peso di grazia”.  

Il suo compleanno cade il giorno della dedicazione delle Basiliche dei Santi Pietro e Paolo Apostoli; lei compie 90 anni esattamente 400 anni dopo la dedicazione della Basilica di San Pietro in Vaticano, avvenuta il 18 novembre 1626 con Papa Urbano VIII. È impossibile non chiamare disegno questa provvidenziale coincidenza per chi, come lei, ha dedicato la vita a intercettare nel vocabolario dell’arte una forma d’annuncio evangelico attraverso la bellezza.

Se si volesse paragonare la sua vita alle chiese più significative della città di Todi, si potrebbe dire che gli anni della sua vita svettano come il campanile di San Fortunato; il suo ministero presbiterale ha percorso una ripida scalinata, come quella della facciata del Duomo, verso l’episcopato che, insignito dalla porpora, ha l’armonia del tempio della Consolazione.

Auguri, Eminenza! L’albero della sua vita ha ancora diverse primavere e molti frutti da portare, anche con le sue pubblicazioni, come quella, fresca di stampa, sulla “vertiginosa grandezza della libertà”. I nostri voti e la nostra preghiera li presentiamo oggi all’Altare e li estendiamo a coloro che fanno parte della sua Famiglia, composta da don Angelo e dalle Suore che allietano la sua casa di una “limpida gioia”. In questa celebrazione eleviamo anche la nostra preghiera corale e cordiale per il Santo Padre, Leone XIV: il Signore gli conceda serenità e salute.