La chiusura del Monastero delle Monache minime della Rocca rappresenta un momento di profondo dolore e di bilancio spirituale per la comunità cristiana tuderte. E tuttavia, la partenza delle Monache minime di San Francesco di Paola non è il segno di un albero che viene reciso, ma di un seme che muore nella terra e custodisce una fecondità nascosta. Anche se le mura terrene di questa casa si svuotano, la preghiera e la testimonianza qui vissute nei secoli non si perdono, ma si radicano nella comunione dei santi.
Questo esodo costituisce un invito per la nostra Chiesa particolare a raccogliere l’eredità di silenzio qui accumulata e a custodirla, facendo tutto il possibile perché passi ad altre mani, “sante e venerabili”, e non diventi facile preda di imprenditori senza scrupoli. Su queste mura grava un’ipoteca del popolo di Dio! Il dolore del distacco pesa soprattutto sulle spalle delle Monache che su questa Rupe, all’ombra del Tempio di San Fortunato, hanno scritto il lungo capitolo della loro vita spirituale. Chiudere la porta del Monastero, senza poter tirare il catenaccio è un gesto che costa molto caro; la sofferenza di questo strappo potrà essere lenita solo quando qualche altra comunità religiosa muoverà il batacchio e poi la chiave della porta di ingresso.
Fratelli e sorelle carissimi, su questa Rocca per secoli si è levata al cielo, giorno e notte, una lode ininterrotta, a nome di tutti. La perdita di questo punto di riferimento spirituale, un autentico polmone di preghiera, ci invita ad affidare il futuro alla certezza che il Signore sa aprire strade nuove laddove tutto sembra spegnersi. Ci sia di aiuto la Madre di Gesù, la Vergine Maria, che a Cana di Galilea si è fatta interprete, presso il Figlio suo, dell’emergenza venutasi a creare ad una festa di nozze: “Non hanno vino” (Gv 2,3). Quello di Maria è uno sguardo pronto a cogliere e a leggere la situazione; Ella testimonia come la relazione con il Figlio suo renda capaci di accorgersi degli altri. Sia Lei a farsi portavoce della preghiera di questa nostra Chiesa particolare che, nelle circostanze attuali, non ha perso la sua fecondità, ma rischia di perdere quell’entusiasmo sincero che ha animato chi, come San Fortunato, l’ha costituita e santificata con la propria testimonianza cristiana.
Il fatalismo, il lamento, lo scaricare la colpa sugli altri sono il terreno di coltura del pessimismo, che atrofizza la capacità di leggere in anticipo, con intelligenza lungimirante e grande sapienza, le trasformazioni profonde della Chiesa e della società. Come a Cana di Galilea la Madre di Gesù dice ai servi: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,5), così il Signore dice a noi, oggi: “Riempite d’acqua le anfore” (Gv 2,7).
Donaci, Signore, di riempire fino all’orlo le giare della nostra speranza: concedilo alle Monache minime di San Francesco di Paola, in quest’ora segnata dall’ombra della croce; riservalo anche a tutti noi che non sappiamo “quanto resta della notte” (cf. Is 21,11).
+ Gualtiero Sigismondi

