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Solennità del Corpus Domini: l’omelia del vescovo Gualtiero e il video della diretta (03/06/21)

“Questa è la festa solenne nella quale celebriamo la prima sacra Cena”. Mi affido a queste parole della Sequenza della Messa del Corpus Domini per trovare un punto di appoggio. Come durante l’ascensione faticosa verso la vetta d’una montagna, l’alpinista arresta un istante il suo passo per riprendere fiato e per rendersi conto del panorama che si apre davanti al suo sguardo, così anch’io ho bisogno della “nobile semplicità” di questa celebrazione per entrare “in spirito e verità” nel clima della solennità del Corpus Domini, istituita da Papa Urbano IV con la bolla Transiturus de hoc mundo – promulgata a Orvieto l’11 agosto 1264 –, che esprime in profondità teologica quanto la Sequenza traduce in sapienza poetica.

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Celebrata in Duomo la solenne Veglia di Pentecoste. Il testo dell’omelia del vescovo Gualtiero e il video della diretta

Era l’ora del vespro quando giunge improvviso dal cielo un grande fragore, “quasi un vento che si abbatte impetuoso” (cf. At 2,1-2), che riempie “la stanza al piano superiore” (cf. At 1,13) in cui è presente Maria, la Madre di Gesù, insieme agli apostoli, “perseveranti e concordi nella preghiera” (cf. At 1,12-14). Su di loro si posano “lingue come di fuoco” e, colmati di Spirito santo, “cominciano a parlare in altre lingue” (cf. At 2,3-4). Era la stessa ora, quella vespertina, quando i discepoli di Emmaus riconoscono il Signore nella frazione del Pane (cf. Lc 24, 29-31). Come al sorgere dell’aurora la luce pasquale inonda di vita il mondo intero, così al crepuscolo, lo Spirito rinnova tutta la terra. È un singolare “lucernario” quello che accade al compiersi del giorno della Pentecoste; si tratta di un “lucernario” che introduce i discepoli nella grande veglia della storia, quella che affretta nella speranza l’attesa del ritorno glorioso del Signore; si tratta di un “lucernario” che orienta la Chiesa nel mare del mondo, rivolgendo al Signore la stessa supplica che gli Edomiti pongono a Isaia: “Sentinella, quanto resta della notte?” (Is 21,11).

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S. Messa nel centenario della nascita di p. Gianfranco Maria Chiti: l’omelia del vescovo Gualtiero

“Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,12-13). La metafora della “vite e dei tralci” custodisce questa perla preziosa, con la quale il Signore illumina i suoi discepoli, dicendo loro che l’amore più grande consiste nel dare la vita per i propri amici. Sarebbe lecito pensare che vi possa essere un amore ancora più grande, quello per i nemici, che il Signore stesso chiede di tenere stretti al cuore, benedicendoli. Sarebbe giusto ritenere che l’amore più grande sia quello riservato a coloro che ci schiaffeggiano, a cui è bene porgere l’altra guancia, e tuttavia Gesù assicura che l’amore più grande è quello per gli amici. In effetti, nel lessico dell’amore non c’è spazio per il termine nemico o per il termine schiavo, ma soltanto per le parole amico e fratello. Quando la linfa del Vangelo irrora il cuore non si hanno più nemici da cui difendersi o schiavi da cui farsi servire, ma soltanto amici da custodire e fratelli da incontrare.

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L’omelia del vescovo Gualtiero per la Veglia pasquale

Le restrizioni che l’emergenza sanitaria ci chiama a osservare, per contrastare e superare la pandemia, ci fanno celebrare la Veglia pasquale al tramonto del grande silenzio del sabato santo: essa, invece, dovrebbe precedere o svegliare l’aurora del sole di Pasqua. Viviamo questa veglia, “la più importante e la più nobile tra tutte le solennità”, lasciandoci accarezzare non dalla luce che, all’alba, entra dalla grande vetrata quadrifora dell’abside della nostra cattedrale, ma da quella del rosone che ha la funzione di farne il pieno fino al crepuscolo, quando i colori giocano insieme intorno al sole occiduo, che discende in una “gloria di luce”.

La Veglia pasquale è, per così dire, il poema delle quattro notti. La prima notte è quella della creazione, in cui le tenebre spariscono, dissipate dalla potenza di una “cascata di luce” (cf. Gn 1,3); la seconda notte è quella di Abramo (cf. Gn 15,5; 17,7), quando il grande Patriarca è chiamato alla prova più dolorosa: il sacrificio di Isacco (cf. Gn22,1-18); la terza notte è quella dell’Esodo, in cui Israele passa il Mar Rosso all’asciutto (cf. Es 14,19-29); la quarta notte è quella a cui ha posto termine l’alba radiosa e splendida della Pasqua del Signore. Il contrasto fra le tenebre e la luce, fra la morte e la vita, fra il peccato e la grazia è il grande tema della Veglia pasquale, “in cui risplendono simboli che, senza imporsi, parlano alla vita e la segnano con l’impronta della grazia”.

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L’omelia del vescovo Gualtiero per la Messa crismale

La Messa crismale invade di un senso di vastità e di armonia la Settimana santa, che è possibile paragonare ad un’immensa cattedrale, “in cui l’occhio si perde e l’anima si libra, sollevata in alto dall’agilità e dalla forza con cui la materia è salita a formare l’edificio”. La Domenica della Palme è il portale che introduce i fedeli al mistero pasquale; la Messa del crisma riempie dell’aroma del profumo di Cristo le navate in cui si raccoglie il popolo sacerdotale; la Messa in Coena Domini e la Celebrazione della Passione del Signore sono i bracci del transetto connessi dall’arco trionfale; il Sabato santo, avvolto dal silenzio dell’ombra luminosa della Croce, è assimilabile alla cripta, mentre la Veglia pasquale è una sorta di abside dell’altare maggiore, inondata dalla luce del Redentore.

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L’omelia del vescovo Gualtiero per la Solennità di San Giuseppe

“Servo fedele e saggio! Il Signore gli ha affidato la sua Famiglia”: la liturgia, con questa antifona, ci ricorda che Giuseppe è l’uomo mediante il quale Dio Padre si prende cura degli inizi della storia della redenzione. La figura di Giuseppe, “uomo giusto” (Mt 1,19), è molto defilata nei “Vangeli dell’infanzia”, sta in seconda linea; entra in scena per imporre il nome al Salvatore: “Egli lo chiamò Gesù” (Mt 1,25). Questa è la ragione per la quale la Chiesa Cattolica, chiamata a proclamare che “Gesù Cristo è Signore” (Fil 2,11), è affidata al suo patrocinio. La missione della Chiesa è quella di annunciare il Ss. Nome di Gesù: “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (At 4,12).

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L’omelia del vescovo Gualtiero per la Messa delle ceneri

L’itinerario della Quaresima, come l’intero cammino cristiano, sta tutto sotto la luce della Risurrezione: “è proteso alla gioia pasquale”. La sua durata di quaranta giorni possiede un’indubbia forza evocativa: anzitutto “riapre alla Chiesa la strada dell’Esodo” che, con il passaggio dalla schiavitù alla libertà, ha scandito la vita e la storia dell’antico Israele; soprattutto ripercorre con Gesù i quaranta giorni da Lui trascorsi nel deserto, pregando e digiunando, prima di dirigersi decisamente verso Gerusalemme. Secondo l’antica tradizione romana delle stationes, il percorso che oggi inauguriamo accompagna i fedeli nel deserto quaresimale per aiutarli a recuperare “il senso penitenziale e battesimale della vita cristiana”.

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L’omelia del vescovo Gualtiero per la festa della Presentazione di Gesù al Tempio

Quaranta giorni dopo Natale celebriamo il Signore che, entrando nel tempio, va incontro al suo popolo. Questa festività, che nell’Oriente cristiano è detta Ipapánte, apre il cammino verso la Pasqua. Nel tempio di Gerusalemme avviene un duplice incontro: quello tra il Verbo fatto carne e l’umanità in attesa; quello tra i giovani sposi Maria e Giuseppe e i santi vegliardi Simeone e Anna. Questo episodio compie così la profezia di Gioele: “I vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni” (3,1). Mentre Maria e Giuseppe affidano al silenzio l’eloquenza del gesto della loro offerta, Simeone e Anna profetizzano. Essi, nella loro vecchiaia, sono capaci di una nuova fecondità: mossi dallo Spirito acclamano Cristo Lumen gentium.

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L’omelia del vescovo Gualtiero per le esequie di mons. Vincenzo Faustini

“Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo” (Eb 2,14). La liturgia della Parola ci consegna, oggi, questo messaggio di salvezza che illumina la nostra preghiera di suffragio per don Vincenzo Faustini. Un antico autore cristiano del II secolo, Melitone di Sardi, in un’omelia pasquale assicurava: “Cristo è colui che ha coperto di confusione la morte e ha gettato nel pianto il Diavolo, come Mosè il Faraone”. L’amara costatazione della “morte della morte” fa scoppiare il Diavolo in pianto, perché Cristo Signore, con la sua Pasqua, “ha imposto alla morte un limite invalicabile”.

La nostra esistenza terrena, per quanto lunga possa essere, è come un fragile filo d’erba che presto appassisce; nel medesimo tempo essa è luogo di vocazione straordinaria: quella di essere figli di Dio. Per don Vincenzo la vita è stata luogo di vocazione al sacerdozio ministeriale, che l’ha chiamato a fare con arte quello che il Signore ha compiuto nella cosiddetta “giornata di Cafarnao”, come abbiamo inteso nel brano evangelico appena proclamato (cf. Mc 1,29-39).

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L’omelia del vescovo Gualtiero per la Messa del giorno dell’Epifania

“Sei nato nascosto in una grotta, ma il cielo ti ha annunciato a tutti, usando come bocca la stella, o Salvatore”: questa antifona della liturgia bizantina ci invita a riconoscere che l’Epifania del Signore è mistero di luce, simbolicamente indicata dalla stella che ha guidato a Betlemme i Magi, misteriosi pellegrini venuti dall’Oriente (cf. Mt 2,1-12). La luce di Cristo, “sole che sorge dall’alto” (Lc 1,78), si irradia sulla terra, diffondendosi come a cerchi concentrici. Anzitutto avvolge Maria e Giuseppe, poi inonda i pastori, i quali accorrono “senza indugio” a Betlemme per vedere l’avvenimento che il Signore ha fatto conoscere loro. Infine, il fulgore di Cristo raggiunge i Magi, “primizia dei popoli chiamati alla fede”. Restano in ombra, invece, i palazzi del potere di Gerusalemme, dove la notizia della nascita del re dei Giudei suscita sconcerto e turbamento.

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