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L’omelia del vescovo Gualtiero per la Solennità della Dedicazione della Cattedrale

La storia dell’uomo si ripete per inerzia: abbiamo santificato il mercato e profanato il tempio. Il brano evangelico che la liturgia ci fa incontrare nell’odierna solennità (cf. Gv 2,13-22), che coincide con la Giornata mondiale dei poveri, sollecita tutti noi a chiederci non solo se abbiamo fatto della casa della Chiesa particolare un mercato, ma anche se abbiamo eretto altari all’interno dei centri commerciali. Sono interrogativi, questi, a cui non possiamo sottrarci, non tanto per lo spopolamento delle chiese che la pandemia ha incentivato, quanto per l’indebolimento della trasmissione della fede all’interno delle nostre case, chiamate domus Ecclesiae dalla prima comunità cristiana.

Fratelli e sorelle carissimi, porto nel cuore un sogno: ristrutturare le nostre parrocchie con una tessitura di relazioni espresse in piccole comunità familiari, sul modello della casa di Aquila e Priscilla (cf. At 18,1-11). Non si tratta di “censire” ma di “accatastare” tali comunità domestiche, promuovendo la “pastorale del campanello”: questo è uno dei risultati più lusinghieri da raggiungere al termine della fase diocesana del cammino di preparazione alla XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.

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L’omelia del vescovo Gualtiero per la Solennità di San Fortunato e l’apertura della fase diocesana del cammino sinodale della Chiesa italiana

Per una provvidenziale coincidenza, quest’anno la solennità di San Fortunato cade all’inizio del cammino sinodale che vede tutta la Chiesa impegnata a preparare la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”. Questo appuntamento si interseca con il processo che la Chiesa in Italia, su sollecitazione di Papa Francesco, sta avviando per attuare il passaggio, indicato dall’esortazione apostolica Evangelii gaudium, da una Chiesa “in stato di assedio” a una Chiesa “in uscita missionaria”. Entrambi gli itinerari rappresentano per la nostra Diocesi di Orvieto-Todi un forte stimolo a mettere meglio in asse la sinodalità, sia sviluppando una coscienza ecclesiale che renda ogni battezzato protagonista della vita e della missione della Chiesa, sia rivitalizzando, ad ogni livello, gli organismi di partecipazione, che non possono essere concepiti come semplice cassa di risonanza di decisioni già assunte o, al contrario, come una sorta di tavolo sindacale.

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L’omelia del vescovo Gualtiero per la festa dell’Amore Misericordioso

Fratelli e sorelle carissimi, la solennità odierna – incastonata nel calendario liturgico della Diocesi di Orvieto-Todi – ci invita ad attingere al torrente in piena del Cuore aperto di Cristo, per trovare misericordia, di cui tutti dobbiamo fare buona scorta ogni giorno.

La lex orandi ci consegna una formula di fede bellissima: “Dio manifesta la sua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono”. La misericordia è il profondo respiro della passione che Dio ha per l’uomo. La misericordia è la lungimiranza dell’amore di Dio che non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva (cf. Ez 33, 11). La misericordia è una forza operante anche quando il movimento di conversione non è ancora compiuto, ma appena iniziato. La misericordia fa auscultare il battito del cuore di Dio, il movimento sistolico della commozione e quello diastolico della compassione, come si evince dalla prima lettura (cf. Os 11,1.3-4.8-9). La misericordia manifesta l’infinita bontà di Dio, il quale si china sull’uomo, lo solleva alla sua guancia, gli insegna a camminare, tenendolo per mano, indicandogli la via della carità – tracciata da Paolo nella seconda lettura –, che “tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (cf. 1Cor 13,7). La divina misericordia tutto copre ma nulla nasconde: “Quanto dista l’oriente dall’occidente – assicura il Salmista – così allontana da noi le nostre colpe” (cf. Sal 102).

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Solennità del Corpus Domini: l’omelia del vescovo Gualtiero e il video della diretta (03/06/21)

“Questa è la festa solenne nella quale celebriamo la prima sacra Cena”. Mi affido a queste parole della Sequenza della Messa del Corpus Domini per trovare un punto di appoggio. Come durante l’ascensione faticosa verso la vetta d’una montagna, l’alpinista arresta un istante il suo passo per riprendere fiato e per rendersi conto del panorama che si apre davanti al suo sguardo, così anch’io ho bisogno della “nobile semplicità” di questa celebrazione per entrare “in spirito e verità” nel clima della solennità del Corpus Domini, istituita da Papa Urbano IV con la bolla Transiturus de hoc mundo – promulgata a Orvieto l’11 agosto 1264 –, che esprime in profondità teologica quanto la Sequenza traduce in sapienza poetica.

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Celebrata in Duomo la solenne Veglia di Pentecoste. Il testo dell’omelia del vescovo Gualtiero e il video della diretta

Era l’ora del vespro quando giunge improvviso dal cielo un grande fragore, “quasi un vento che si abbatte impetuoso” (cf. At 2,1-2), che riempie “la stanza al piano superiore” (cf. At 1,13) in cui è presente Maria, la Madre di Gesù, insieme agli apostoli, “perseveranti e concordi nella preghiera” (cf. At 1,12-14). Su di loro si posano “lingue come di fuoco” e, colmati di Spirito santo, “cominciano a parlare in altre lingue” (cf. At 2,3-4). Era la stessa ora, quella vespertina, quando i discepoli di Emmaus riconoscono il Signore nella frazione del Pane (cf. Lc 24, 29-31). Come al sorgere dell’aurora la luce pasquale inonda di vita il mondo intero, così al crepuscolo, lo Spirito rinnova tutta la terra. È un singolare “lucernario” quello che accade al compiersi del giorno della Pentecoste; si tratta di un “lucernario” che introduce i discepoli nella grande veglia della storia, quella che affretta nella speranza l’attesa del ritorno glorioso del Signore; si tratta di un “lucernario” che orienta la Chiesa nel mare del mondo, rivolgendo al Signore la stessa supplica che gli Edomiti pongono a Isaia: “Sentinella, quanto resta della notte?” (Is 21,11).

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S. Messa nel centenario della nascita di p. Gianfranco Maria Chiti: l’omelia del vescovo Gualtiero

“Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,12-13). La metafora della “vite e dei tralci” custodisce questa perla preziosa, con la quale il Signore illumina i suoi discepoli, dicendo loro che l’amore più grande consiste nel dare la vita per i propri amici. Sarebbe lecito pensare che vi possa essere un amore ancora più grande, quello per i nemici, che il Signore stesso chiede di tenere stretti al cuore, benedicendoli. Sarebbe giusto ritenere che l’amore più grande sia quello riservato a coloro che ci schiaffeggiano, a cui è bene porgere l’altra guancia, e tuttavia Gesù assicura che l’amore più grande è quello per gli amici. In effetti, nel lessico dell’amore non c’è spazio per il termine nemico o per il termine schiavo, ma soltanto per le parole amico e fratello. Quando la linfa del Vangelo irrora il cuore non si hanno più nemici da cui difendersi o schiavi da cui farsi servire, ma soltanto amici da custodire e fratelli da incontrare.

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L’omelia del vescovo Gualtiero per la Veglia pasquale

Le restrizioni che l’emergenza sanitaria ci chiama a osservare, per contrastare e superare la pandemia, ci fanno celebrare la Veglia pasquale al tramonto del grande silenzio del sabato santo: essa, invece, dovrebbe precedere o svegliare l’aurora del sole di Pasqua. Viviamo questa veglia, “la più importante e la più nobile tra tutte le solennità”, lasciandoci accarezzare non dalla luce che, all’alba, entra dalla grande vetrata quadrifora dell’abside della nostra cattedrale, ma da quella del rosone che ha la funzione di farne il pieno fino al crepuscolo, quando i colori giocano insieme intorno al sole occiduo, che discende in una “gloria di luce”.

La Veglia pasquale è, per così dire, il poema delle quattro notti. La prima notte è quella della creazione, in cui le tenebre spariscono, dissipate dalla potenza di una “cascata di luce” (cf. Gn 1,3); la seconda notte è quella di Abramo (cf. Gn 15,5; 17,7), quando il grande Patriarca è chiamato alla prova più dolorosa: il sacrificio di Isacco (cf. Gn22,1-18); la terza notte è quella dell’Esodo, in cui Israele passa il Mar Rosso all’asciutto (cf. Es 14,19-29); la quarta notte è quella a cui ha posto termine l’alba radiosa e splendida della Pasqua del Signore. Il contrasto fra le tenebre e la luce, fra la morte e la vita, fra il peccato e la grazia è il grande tema della Veglia pasquale, “in cui risplendono simboli che, senza imporsi, parlano alla vita e la segnano con l’impronta della grazia”.

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L’omelia del vescovo Gualtiero per la Messa crismale

La Messa crismale invade di un senso di vastità e di armonia la Settimana santa, che è possibile paragonare ad un’immensa cattedrale, “in cui l’occhio si perde e l’anima si libra, sollevata in alto dall’agilità e dalla forza con cui la materia è salita a formare l’edificio”. La Domenica della Palme è il portale che introduce i fedeli al mistero pasquale; la Messa del crisma riempie dell’aroma del profumo di Cristo le navate in cui si raccoglie il popolo sacerdotale; la Messa in Coena Domini e la Celebrazione della Passione del Signore sono i bracci del transetto connessi dall’arco trionfale; il Sabato santo, avvolto dal silenzio dell’ombra luminosa della Croce, è assimilabile alla cripta, mentre la Veglia pasquale è una sorta di abside dell’altare maggiore, inondata dalla luce del Redentore.

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L’omelia del vescovo Gualtiero per la Solennità di San Giuseppe

“Servo fedele e saggio! Il Signore gli ha affidato la sua Famiglia”: la liturgia, con questa antifona, ci ricorda che Giuseppe è l’uomo mediante il quale Dio Padre si prende cura degli inizi della storia della redenzione. La figura di Giuseppe, “uomo giusto” (Mt 1,19), è molto defilata nei “Vangeli dell’infanzia”, sta in seconda linea; entra in scena per imporre il nome al Salvatore: “Egli lo chiamò Gesù” (Mt 1,25). Questa è la ragione per la quale la Chiesa Cattolica, chiamata a proclamare che “Gesù Cristo è Signore” (Fil 2,11), è affidata al suo patrocinio. La missione della Chiesa è quella di annunciare il Ss. Nome di Gesù: “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (At 4,12).

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L’omelia del vescovo Gualtiero per la Messa delle ceneri

L’itinerario della Quaresima, come l’intero cammino cristiano, sta tutto sotto la luce della Risurrezione: “è proteso alla gioia pasquale”. La sua durata di quaranta giorni possiede un’indubbia forza evocativa: anzitutto “riapre alla Chiesa la strada dell’Esodo” che, con il passaggio dalla schiavitù alla libertà, ha scandito la vita e la storia dell’antico Israele; soprattutto ripercorre con Gesù i quaranta giorni da Lui trascorsi nel deserto, pregando e digiunando, prima di dirigersi decisamente verso Gerusalemme. Secondo l’antica tradizione romana delle stationes, il percorso che oggi inauguriamo accompagna i fedeli nel deserto quaresimale per aiutarli a recuperare “il senso penitenziale e battesimale della vita cristiana”.

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